
Se le intenzioni di Della Vedova erano buone, ovvero di sostituire il ddl Calabrò e di presentare una “soft law”, il risultato è a dir poco mediocre. Si finisce per sentirsi stupidi a ripetere continuamente le stesse cose (che significa “accanimento terapeutico”? Perché rinviare alla deontologia medica? Perché richiamare e rinforzare il fantasma dell’eutanasia?), ma ci si sente anche stupidi, e pure un po’ arrabbiati, ad essere presi in giro. Presi in giro sì: perché non c’è nulla in questo emendamento che possa tranquillizzare chi ha a cuore l’autodeterminazione. Nulla che ribadisca chiaramente che sul nostro corpo e sulla nostra salute dovremmo poter scegliere (ed eventualmente delegare o scegliere di far scegliere qualcun altro), senza che nessuno (medico o familiari) ci venga a fare la ramanzina o peggio si nasconda dietro a una dissennata invocazione alla obiezione di coscienza o altre parole lesive delle nostre scelte. Definire la vita umana “diritto inviolabile ed indisponibile” è abbastanza pericoloso e sta bene in bocca a un oltranzista paternalista piuttosto che a uno che si dichiara liberale. Perché, è evidente, se il diritto alla vita è inviolabile quello di scelta passa in secondo piano o è fortemente limitato dalla inviolabilità stessa – sarebbe come dire che siamo liberi di uscire ma dalle 7 di sera c’è il coprifuoco.
Su Giornalettismo.
martedì 17 novembre 2009
Testamento biologico, non ci siamo proprio
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Etichette: Benedetto Della Vedova, Libertà individuale, Testamento biologico
domenica 15 novembre 2009
sabato 14 novembre 2009
Tutto quello che avreste voluto sapere sull’influenza (ma il governo non ha mai osato dirvi)
Mentre si avvicina il picco pandemico dell’influenza H1N1 (o influenza suina, o influenza A, o messicana), un nuovo sito, darwinFlu, si propone di comunicare informazioni scientifiche accurate sulla malattia; informazioni sommerse finora da un lato dall’ottimismo sparso a piene mani da un governo che sembra considerare la spensieratezza del pubblico il rimedio a ogni male, economico o sanitario che sia (ma qualche incrinatura comincia già a vedersi nei sorrisi ostentati) e dall’altro lato dal catastrofismo dei media tradizionali, nonché dal complottismo paranoide (che in questa occasione ha raggiunto vette di autentico interesse psichiatrico) dei media non tradizionali. E forse questi vari atteggiamenti non sono del tutto slegati fra loro, come ci spiegano Peter Sandman e Jody Lanard in uno dei pezzi presenti sul sito («La via italiana alla comunicazione del rischio»):
tutta l’attività di comunicazione tesa a normalizzare la pandemia per creare l’impressione che sia come l’influenza stagionale è fuorviante, a meno che non metta fortemente in risalto anche le ragioni per cui il ceppo pandemico e quelli stagionali sono diversi. A volte questi messaggi fuorvianti vengono da fonti che non sono consapevoli dell’errore, come funzionari locali o giornalisti che non hanno studiato l’influenza o non hanno analizzato con attenzione le statistiche governative rilevanti. Ma quando il meme per cui la pandemia è «come l’influenza stagionale» viene diffuso da figure istituzionali allora la comunicazione ha lo scopo deliberato di ingannare. Spesso l’intenzione di questo fuorviante meme della normalizzazione è di evitare che l’opinione pubblica si spaventi. Noi abbiamo scritto estensivamente su questo tema, ovvero su come i funzionari della salute pubblica abbiano paura della paura. Quando questo tipo di rassicurazione eccessiva si combina con degli sforzi per spingere il pubblico ad adottare più precauzioni del solito (n.d.r. dalle misure igieniche alla vaccinazione), il messaggio finale è ibrido ed è probabile che si riveli controproducente in alcuni modi prevedibili:Da seguire assiduamente.
- alcune persone, quelle che credono nella metà rassicurante del messaggio, non vedranno alcuna ragione per prendere delle precauzioni;
- altri, pur non credendo nella metà rassicurante del messaggio, prenderanno ugualmente le precauzioni, ma perderanno fiducia delle istituzioni da cui il messaggio proviene;
- altri ancora non crederanno a nessuna parte del messaggio e cercheranno fonti di informazione non ufficiali per decidere come comportarsi. E tutti noi sappiamo che genere di informazioni si trovino nella blogosfera.
(Disclaimer: il sito è curato dalla redazione di Darwin; collaboro regolarmente con questa rivista, ma non ho avuto nessuna parte nella costruzione e gestione di darwinFlu.)
venerdì 13 novembre 2009
Segni dei tempi
Gabriella Gallozzi, «Alessandra Mussolini contro “Francesca”: l’uscita in sala sarà decisa dal tribunale», L’Unità, 12 novembre 2009, p. 43:
La data d’uscita nelle sale è prevista il prossimo 27 novembre. Ma dipenderà dalla sentenza del giudice del Tribunale civile di Roma che si è riservato di decidere dopo la visione del film. Stiamo parlando, infatti, dell’ultimo caso «politico cinematografico» del momento: Francesca, la pellicola del rumeno Bobby Paunescu portato sul banco degli imputati da Alessandra Mussolini …
Ad aver fatto scattare la richiesta di sequestro da parte della parlamentare è una frase pronunciata dal padre della protagonista che, cercando di convicere la ragazza a non emigrare in Italia, afferma: «la Mussolini, una troia che vuole ammazzare tutti i rumeni». …
Per Procacci [Domenico Procacci, distributore del film per Fandango] … è sorprendente che la querelle sia nata a causa dell’epiteto rivolto alla parlamentare e non per la seconda parte della frase in cui si dice «“che vuole ammazzare tutti i romeni”, questo non ha scandalizzato nessuno, neppure lei. Eppure rivela qualcosa di molto più grave».
giovedì 12 novembre 2009
Eugenia Roccella e il caso Cucchi
Cos’ha da dire il sottosegretario al Welfare, Eugenia Roccella, sul caso di Stefano Cucchi, il giovane massacrato di botte mentre si trovava in custodia cautelare e morto all’ospedale Pertini di Roma? Vuole forse spendere qualche parola contro i medici che hanno lasciato morire Cucchi senza intraprendere tutte le misure atte a salvarne la vita? In un certo senso sì; ma per la Roccella la colpa dei medici consisterebbe sorprendentemente nell’aver rispettato il consenso informato. Scrive infatti sul Riformista di ieri («Cucchi andava curato pure contro la sua volontà», 11 novembre 2009, p. 6):
Non è ancora chiaro se Cucchi abbia effettivamente firmato il foglio con cui negava l’autorizzazione a informare i parenti, ma non abbiamo motivo, a oggi, di dubitare delle dichiarazioni degli operatori sanitari circa il suo rifiuto delle cure, del cibo, dell’idratazione per endovena. Cucchi, dicono, ha mantenuto la sua lucidità per tutto il tempo, e fino alla fine, lucidamente, non ha voluto le terapie, mostrando disinteresse per la propria salute. Ma anche se così fosse, se Stefano avesse firmato tutti i consensi informati possibili, e davvero si fosse lasciato andare alla disperazione, basterebbe questo a giustificare umanamente, e non solo burocraticamente, la sua morte?Dopo aver elencato alcuni casi controversi di rifiuto delle cure, compreso per ultimo quello di Eluana Englaro, scrive ancora:
Oggi c’è il caso, del tutto speculare, di Stefano, che forse ha rifiutato consapevolmente acqua e cibo. Ma di fronte a una persona sola e provata, a un ragazzo fragile, non era più giusto ribellarsi, intervenire, rischiare una solidarietà magari non voluta?Lo scopo della Roccella sembra essere duplice: da un lato, sotto l’apparenza di far loro un rimprovero, si assolvono sostanzialmente i sanitari – ma anche si attenua, senza parere, la responsabilità di chi ha provocato le lesioni al giovane; Stefano Cucchi, per il sottosegretario, si è praticamente suicidato. Dall’altro lato, e soprattutto, si cerca di segnare un punto nella diatriba in corso sull’autodeterminazione del malato, facendo leva sull’emozione suscitata dal caso Cucchi proprio in coloro che sono favorevoli a lasciare al paziente la più ampia possibilità di scelta.
Sfortunatamente per la Roccella, però, la vicenda di Stefano Cucchi è estremamente diversa da quella di un malato che sceglie di non proseguire i trattamenti sanitari per salvaguardare la propria visione di ciò che costituisce una vita degna di essere vissuta. Se si sfoglia la corposa documentazione clinica del caso (PDF, 12MB), meritoriamente raccolta e messa a disposizione da Luigi Manconi e dall’Associazione A buon diritto, ci si rende conto che il rifiuto delle terapie e dell’alimentazione non era altro che un mezzo disperato messo in opera da Stefano Cucchi per poter parlare con il proprio legale. A p. 27 del file troviamo infatti il diario clinico relativo al 21 ottobre, in cui un medico ha annotato di proprio pugno: «il paziente rifiuta perché vuole parlare prima con il suo avvocato e con l’assistente della comunità CEIS di Roma [una comunità di assistenza ai tossicodipendenti]». Lo stesso concetto è ripetuto in un fax inviato lo stesso giorno dall’ospedale al Tribunale di Roma (p. 30). (Un ulteriore motivo alla base del rifiuto sembra consistere in alcune informazioni errate che Stefano Cucchi aveva sulla celiachia di cui soffriva: il giovane, come nota il diario clinico alla stessa pagina 27, credeva di non poter mangiare riso, patate e carne.) Il dovere dei medici, dunque, era di attivarsi immediatamente per procurare un contatto del legale di Cucchi con il suo assistito, e non certo di sottoporre il giovane all’alimentazione forzata, atto vietato dal Codice di deontologia medica, mentre il codice di procedura penale (art. 104, c. 1) stabilisce che «L’imputato in stato di custodia cautelare ha diritto di conferire con il difensore fin dall’inizio dell’esecuzione della misura» (non mi risulta che sussistessero le «specifiche ed eccezionali ragioni di cautela», previste dallo stesso articolo, che sole possono far dilazionare l’esercizio del diritto di conferire con il difensore). Non so cosa abbiano fatto i medici, ma in ogni caso era troppo tardi, perché il giorno dopo Stefano Cucchi moriva per una crisi cardiaca.
È importante notare che il sottosegretario sembra conoscere questo diario clinico, visto che ne cita quasi alla lettera un passo: si confronti la frase «mostrando disinteresse per la propria salute» della Roccella con l’annotazione «il paziente tuttavia esprime verbalmente disinteresse per le proprie condizioni di salute» a p. 26 del file. E del resto del rifiuto delle terapie allo scopo di poter parlare con il proprio avvocato si era parlato nei giorni precedenti (si veda il pezzo dello stesso Riformista, 10 novembre, p. 7). Ma delle circostanze più scomode per la sua tesi Eugenia Roccella non fa parola...
Quello prefigurato dalla Roccella è una sorta di ciclo integrale della violenza di Stato: lo Stato che prima viola l’integrità corporea di chi si trova in sua balia, rompendogli (letteralmente) la schiena a furia di percosse, la dovrebbe violare poi una seconda volta cacciandogli nel naso un sondino per l’alimentazione forzata; alla violazione delle libertà fondamentali (che la Roccella ovviamente condanna) si risponde non ripristinandole, ma procedendo a un’ulteriore violazione (che la Roccella loda). I diritti dileguano; il linguaggio dello Stato rimane unicamente quello del puro dominio, declinato ora nella forma più brutale delle legnate, ora in quella più ipocrita delle cure obbligatorie.
Postato da Giuseppe Regalzi alle 13:50 9 commenti
Etichette: Eugenia Roccella, Rifiuto delle terapie, Stefano Cucchi
lunedì 9 novembre 2009
Rapporto di filiazione e omosessualità: profili giuridici
La Rete Lenford presenta il II Convegno nazionale: Rapporto di filiazione e omosessualità: profili giuridici (Aula degli Avvocati dell’Ordine, Piazza Cavour, Roma, il 27- 28 novembre 2009).
27 novembre 2009
16.00 Registrazione partecipanti
16.30 Saluti
Avv. Antonio Rotelli - Presidente Avvocatura per i Diritti LGBT
Avv. Alessandro Cassiani - Presidente dell’Ordine degli avvocati di Roma
16.45 Introduzione
Prof. Stefano Rodotà
I SESSIONE - ESSERE GENITORI
17.00 – Coordina Avv. ta Saveria Ricci
Prof. Vittorio Lingiardi - Aspetti psicologici
Chiara Lalli - Aspetti bioetici
28 novembre 2009
II SESSIONE – DIVENTARE GENITORI
9.30 – Coordina Avv. Michele Potè
Avv.ta Susanna Lollini - La procreazione medicalmente assistita
Avv. Francesco Bilotta - Adozione e affido
Dott. Giacomo Oberto - Problemi di coppia e filiazione
Prof. Tiziana Vettor - Nuove famiglie e sfera pubblica: lavoro e sicurezza sociale
11.00 Pausa
III SESSIONE – VIVERE DA GENITORI
11.30 – Coordina Avv. Alexander Schuster
Avv.ta Maria Federica Moscati - La genitorialità sociale: profili di diritto comparato
Avv. Matteo Winkler - Aspetti di diritto internazionale privato
Avv.ta Maria Grazia Sangalli - Le prospettive di riforma
13.00 – Dibattito
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domenica 8 novembre 2009
Il malato è l’omofobo
Elisa Battistini intervista Vittorio Lingiardi, medico, psicoanalista, direttore della Scuola di specializzazione in Psicologia Clinica dell’Università «La Sapienza» di Roma («Sul lettino c’è l’omosessuale ma il malato è l’omofobo», Il Fatto Quotidiano, 7 novembre 2009, p. 7):
“Qualsiasi tentativo di cambiare un orientamento omosessuale è destinato al fallimento. La psicoterapia serve a riconoscere la propria omosessualità, non a correggerla”. […]Da leggere tutto.
Perché allora un omosessuale si rivolge a un analista?
“Perché vive un conflitto a causa dell’interiorizzazione di uno stigma che viene dall’esterno. In generale, l’omosessualità è ancora vista come una devianza, una sfortuna, un’anomalia”.
Chi è il paziente tipo?
“Giovani sotto i 30 anni, nell’età in cui si struttura la personalità. Adolescenti che temono di dare un dispiacere ai genitori. Giovani che risentono di un contesto sociale discriminatorio. Perciò è fondamentale dare diritti e mostrare rispetto”.
[…]
Di cosa ha paura l’omofobo?
“L’omosessualità lo spaventa perché rappresenta un disordine rispetto a categorie che ritiene immutabili, come il maschile e il femminile, l’attivo e il passivo. L’omosessualità disorienta l’omofobo. Poi c’è la paura di ciò che non si conosce, dell’ignoto. Infine c’è anche una sorta di inaccettabile invidia per chi vive liberamente la propria sessualità”.
Postato da Giuseppe Regalzi alle 11:38 16 commenti
Etichette: Omofobia, Omosessualità, Terapia riparativa, Vittorio Lingiardi
sabato 7 novembre 2009
Carlo Casini e l’argomento di Padre Kolbe
C’è sempre, in chi si occupa di bioetica (o anche di altri campi del sapere), un’attesa piena di aspettative per nuove argomentazioni che giungano a scompigliare le carte dei ragionamenti sempre identici, già percorsi mille volte; un’attesa se vogliamo anche un po’ masochistica, perché quelli che si aspettano con più impazienza sono spesso gli argomenti contrari alle nostre tesi più care. Affrontare per la prima volta un tentativo di confutazione costituisce una sfida intellettuale che non può che essere benvenuta, già solo per il mero piacere dello sforzo di ragionarci su, ma anche per la luce che può portare sulle nostre credenze morali, fino eventualmente a farcele mutare.
Ma proprio per questo, quando gli argomenti nuovi arrivano davvero la delusione può essere cocente. Prendiamo per esempio un’argomentazione – per me inedita – presentata da Carlo Casini, storico avversario della legge sull’aborto e presidente del Movimento per la Vita, in un articolo apparso due giorni fa sul giornale della Conferenza Episcopale Italiana («Approvare subito la “legge Calabrò” sul fine vita», Avvenire, 5 novembre 2009, p. 16):
il tempo ha attutito l’emozione provocata dalla morte della giovane donna lecchese [Eluana Englaro], ma la drammaticità del fatto resta. Per non stendere su di essa una nebbia ovattante ho ripensato in questi giorni a Padre Massimiliano Kolbe. Nel luglio del 1941 egli era prigioniero nel lager di Auschwitz. Si offrì di sostituire un padre di famiglia nella decimazione decisa per terrorizzare i detenuti dopo la fuga di uno di loro e, chiuso in un sotterraneo, fu ucciso «per fame e per sete». Morì il 14 agosto 1941. Dunque l’alimentazione e la idratazione non sono una terapia se la loro privazione costituisce, come è avvenuto per Padre Kolbe, una «condanna a morte con tormenti».Quanti secondi ci vogliono per confutare questo argomento? Due sarebbero già troppi, perché la sua assurdità salta immediatamente agli occhi: siamo subito in grado di citare innumerevoli controesempi che invalidano il ragionamento di Casini. Si pensi per esempio all’edema polmonare, che se non curato provoca letteralmente l’annegamento del paziente nelle sue stesse secrezioni: questo dimostra forse che il trattamento di questa patologia (a base per esempio di nitroglicerina e diuretici) non costituisce un trattamento sanitario, visto che la sua privazione costituisce una «condanna a morte con tormenti»?
Carlo Casini avrebbe potuto fare benissimo a meno di scomodare noi e, soprattutto, l’incolpevole santo...
Postato da Giuseppe Regalzi alle 12:44 5 commenti
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venerdì 6 novembre 2009
La tradizione non può essere un valore in sé

Il dibattito che si è scatenato sulla sentenza di Strasburgo sul crocifisso è perlopiù noioso e sciocco.
Uno degli argomenti più idioti, tra i molteplici e solo presunti tali a favore di Gesù in croce appeso alle pareti dei luoghi pubblici, è il richiamo alla tradizione.
Basterebbe un po’ di buon senso per capire che invocare la “tradizione” non dimostra nulla, se non che sia trascorso del tempo. Ma il trascorrere del tempo, di per sé, è neutrale.
E l’elenco di tradizioni moralmente ripugnanti sarebbe lungo, lunghissimo. E, si spera, ripugnante anche per chi oggi si sgola in difesa della ubiquità del simbolo religioso e cattolico. Il matrimonio riparatore, tanto per cominciare: quell’accomodamento per cui se un uomo sposava la donna che aveva stuprato era tutto a posto. La tortura e la pena di morte – radicate tradizioni. Il divieto di sposare qualcuno con un diverso colore della pelle e l’indissolubilità del contratto matrimoniale.
Esistono anche tradizioni neutrali e tradizioni moralmente ineccepibili. In tutti i casi lo spessore morale non deriva dalla loro durata.
Non importa da quanti secoli la croce se ne sta appesa sui muri, a contare è il suo significato. E questo un giudice straniero lo ha spiegato bene, anche un bambino distratto potrebbe capirlo. L’imposizione (simbolica) di una confessione è contraria alla libertà religiosa e alla laicità dello Stato. Sempre che lo Stato sia liberale e laico.
DNews, 6 novembre 2009.
Postato da Chiara Lalli alle 09:30 51 commenti
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giovedì 5 novembre 2009
La sentenza sul crocifisso in italiano
Si trova sul blog di Alessandro Gilioli («Signora Lautsi contro il governo: sentenza integrale», Piovono rane, 4 novembre 2009). Non c’è il nome del traduttore ma a una prima occhiata la versione sembra professionale, impeccabile.
Aggiornamento 10/11: un’altra traduzione della sentenza, a cura di Laura Morandi e Bruno Moretti Turri. Rispetto all’altra ha il vantaggio di riportare i numeri dei paragrafi.
L’Italia pseudo-religiosa della cattiva coscienza
In mezzo a tante sciocchezze e a tanta violenza verbale, un commento luminoso sulla vicenda del crocifisso in classe: quello di Marco Politi, ieri sul Fatto Quotidiano («La Croce che non s’impone», 4 novembre 2009, p. 18).
Da tempo l’Italia pseudo-religiosa della cattiva coscienza, per sfuggire alla questione della laicità delle istituzioni, si è inventata la spiegazione che il crocifisso sia soltanto un simbolo della tradizione italiana, un’espressione del suo patrimonio storico e ideale, un incoraggiamento alla bontà e a valori di umanità condivisibili da credenti e non credenti. Non è così. O meglio, tutto questo insieme di richiami è certamente comprensibile ma non può cancellare il significato profondo e in ultima istanza esplicito di un crocifisso esposto in un ambiente scolastico o nell’aula di un tribunale. Il crocifisso sulla cattedra è il richiamo preciso ad una Verità superiore a qualsiasi insegnamento umano. Il crocifisso sovrastante le toghe dei magistrati è il monito a ispirarsi e non dimenticare mai la Giustizia superiore che promana da Dio. È accettabile tutto ciò da parte di chi non crede in “quel” simbolo? E’ lecito imporlo a quanti sono diversamente credenti sia che seguano un’altra religione sia che abbiano fatto un’opzione etica non legata alla trascendenza? La risposta non può che essere no. […]Da leggere tutto.
Il messaggio di Strasburgo porta in Italia una ventata di chiarezza. Non nega affatto la vitalità di una tradizione culturale. Non “colpisce”, come lamenta l’Osservatore Romano, una grande tradizione. Strade, piazze, monumenti continueranno a testimoniare il vissuto secolare di un’esperienza religiosa. Edicole, crocifissi, statue di santi, chiese e oratori continueranno a parlare di una storia straordinaria. (Ma meglio sarebbe che gli alfieri della difesa delle «radici cristiane» si chiedessero perché tante chiese vuote, perché tanta ignoranza religiosa negli alunni che escono da più di dieci anni di insegnamento della religione a scuola, perché sono semivuoti i seminari e deserti i confessionali). Né viene toccato il diritto fondamentale dei credenti, come di ogni altro cittadino di diverso orientamento, di agire sulla scena pubblica. La Corte europea dei diritti dell’uomo afferma invece un principio basilare: nessuna istituzione può essere sotto il marchio di un unico segno religioso. Laicità significa apertura e neutralità, rifiuto del monopolio.
mercoledì 4 novembre 2009
Identità crocifissa?
La marea delle reazioni alla sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo, che ha dato ragione a una cittadina italiana che sosteneva che l’esposizione dei crocifissi nelle aule della scuola pubblica costituisce una lesione della libertà di coscienza e di religione e del diritto a ricevere un’istruzione conforme alle proprie convinzioni religiose e filosofiche, comprende come sempre una miscela di cattiva informazione e di cattivi argomenti. Nella prima possiamo far rientrare gli allarmi sulla imminente asportazione delle croci dalle scuole – quando invece nell’immediato la sentenza della Corte avrà il solo effetto di costringere lo Stato italiano a pagare un risarcimento alla ricorrente – e le ingiure lanciate contro l’Unione Europea, già colpevole di aver lasciato fuori dalla propria costituzione le «radici cristiane» – ma la Corte dei diritti dell’uomo è espressione del Consiglio d’Europa, che non ha nulla a che vedere con l’Unione Europea (ne fanno parte 47 stati, contro i 27 dell’Unione).
Fra i cattivi argomenti, che sono legione, ce n’è uno adoperato da molti commentatori, che vorrei qui esaminare. L’esposizione più eloquente, come accade spesso, si deve alla penna di Antonio Socci («Così cancellano la nostra cultura», Libero, 4 novembre 2009, p. 1):
Per coerenza i giudici dovrebbero far cancellare anche le feste scolastiche di Natale (due settimane) e di Pasqua (una settimana), perché violerebbero la libertà religiosa.L’errore di questo tentativo di reductio ad absurdum è del tutto evidente. Socci crede (o finge di credere?) che alla base del ricorso alla Corte e della sentenza ci sia l’intolleranza verso qualsiasi manifestazione religiosa diversa dalla propria: l’ebreo, il musulmano o – come nel caso concreto – il non credente vedrebbero il crocifisso (o una croce appesa al collo, o il Duomo, o il velo di una monaca) e ne ricaverebbero un senso di turbamento: lì c’è qualcuno che non la pensa come loro, e questo spettacolo intollerabile va immediatamente cancellato rimuovendo il segno dell’appartenenza diversa. Ma lo spirito della sentenza – che Socci evidentemente non ha letto – è ovviamente tutt’altro. Quella che si condanna è l’esposizione di un simbolo religioso nello spazio dello Stato; quel che si condanna è la sanzione che lo Stato imprime su una tradizione religiosa a preferenza delle altre. Quella che si condanna è insomma una forma di statalismo: una forma impropria di aiuto di Stato, per così dire. Stato che getta il proprio peso spropositato sulla bilancia e fa percepire, specialmente (ma non solo) a menti ancora in formazione, di essere schierato a fianco di una religione particolare.
Stando a questa sentenza, l’esistenza stessa della nostra tradizione bimillenaria e la fede del nostro popolo (che al 90 per cento sceglie volontariamente l’ora di religione cattolica) sono di per sé un “attentato” alla libertà altrui.
I giudici di Strasburgo dovrebbero esigere la cancellazione dai programmi scolastici di gran parte della storia dell’arte e dell’architettura, di fondamenti della letteratura come Dante (su cui peraltro si basa la lingua italiana: cancellata anche questa?) o Manzoni, di gran parte del programma di storia, di interi repertori di musica classica e di tanta parte del programma di filosofia.
Infatti tutta la nostra cultura è così intrisa di cristianesimo che doverla studiare a scuola dovrebbe essere considerato – stando a quei giudici – un attentato alla libertà religiosa. In lingua ebraica le lettere della parola “Italia” significano “isola della rugiada divina”: vogliamo cancellare anche il nome della nostra patria per non offendere gli atei? E l’Inno nazionale che richiama a Dio?
Perfino lo stradario delle nostre città (Piazza del Duomo, via San Giacomo, piazza San Francesco) va stravolto? Addirittura l’aspetto (che tanto amiamo) delle vigne e delle colline umbre e toscane – come spiegava Franco Rodano – è dovuto alla storia cristiana e ad un certo senso cattolico del lavoro della terra: vogliamo cancellare anche quelle?
Ma non solo. Come suggerisce Alfredo Mantovano, «se un crocifisso in un’aula di scuola è causa di turbamento e di discriminazione, ancora di più il Duomo che "incombe" su Milano o la Santa Casa di Loreto, che tutti vedono dall’autostrada Bologna-Taranto: la Corte europea dei diritti dell’uomo disporrà l’abbattimento di entrambi?».
Signori giudici, si deve disporre un vasto piano di demolizioni, di cui peraltro dovrebbero far parte pure gli ospedali e le università (a cominciare da quella di Oxford) perlopiù nati proprio dal seno della Chiesa?
Infine (spazzata via la Magna Charta, san Tommaso e la grande Scuola di Salamanca) si dovrebbero demolire pure la democrazia e gli stessi diritti dell’uomo (a cominciare dalla Corte di Strasburgo) letteralmente partoriti e legittimati (con il diritto internazionale) dal pensiero teologico cattolico e dalla storia cristiana?
È chiaro che in quest’ottica le conseguenze estreme paventate da Socci mostrano tutta la loro pretestuosità. Tralasciamo quelle più vertiginosamente paradossali, come il significato ebraico del nome d’Italia (’i tal Yah, appunto «isola della rugiada del Signore», è solo un’espressione casualmente omofona di Italia) o l’aspetto delle colline umbre, e limitiamoci alle altre. La manifestazione del culto – anche pubblica, come portare una croce al collo o in processione – non ha nulla a che fare con lo Stato, con scuole, ospedali o tribunali, così come non ce l’ha la Santa Casa di Loreto. Quanto all’insegnamento nelle scuole a base di autori cattolici o di opere d’arte ispirate al cristianesimo o di dottrine filosofiche connesse a questa religione, non è possibile non vedere l’immane differenza rispetto a un simbolo esibito per il suo valore esemplare, là dove nell’educazione è fondamentale la distanza critica interposta fra soggetto e oggetto, che è ha tutt’al più un valore conoscitivo (si può – forse – fare un’eccezione là dove i valori non sono controversi e non investono la nostra coscienza più intima, come per esempio nell’educazione a certi tipi di gusto); tant’è vero che si possono e devono insegnare anche le pagine oscure della nostra storia: non si vorrà dire, spero, che non c’è differenza fra una lezione dedicata al fascismo e un ritratto del Duce appeso in classe... (Tralascio qui le pretese connessioni fra cristianesimo e democrazia, di cui mi sono occupato recentemente in un altro post.)
La tradizione dovrebbe essere una cosa viva, sempre mutevole, che cresce, si adatta, e infine – perché no? – muore. Religioni, modi di pensare, cucinare, parlare, ballare sono in flusso perenne, anche se spesso fingiamo di dimenticarlo. Qualcuno, in particolare, cerca sempre di cristallizzare quel fiume, essenzializzando la tradizione, facendone un modello iperuranio, sostanza di un popolo, la cui perdita sarebbe come una morte parziale (nella retorica di certi conservatori estremi si parla non a caso di etnocidio anche solo per cause banali come l’apertura di un McDonald’s...): oggi Mariastella Gelmini commentava in un’intervista la decisione della corte di Strasburgo con queste parole: «Le radici dell’Italia passano anche attraverso simboli, cancellando i quali si cancella una parte di noi stessi» (Flavia Amabile, «“Si distrugge tutto in nome della laicità”», La Stampa, 4 novembre, p. 3). Anche da idee come queste dipende la statalizzazione delle tradizioni, la corsa al sostegno statale. Ma sono solo le tradizioni morenti ad avere bisogno della stampella pubblica, proprio come – non è un paragone irriverente – le industrie decotte. Altrimenti dovremmo fare ciò che ci propone un commento, apparso stamattina in uno dei più foschi blog integralisti, piccolo capolavoro d’umorismo (credo non involontario) fra tanta furia impotente e lugubri vaticini: «La pizza! La pizza! Io appenderei anche la pizza. Non sia mai che i bambini crescano senza la tradizione italiana».
martedì 3 novembre 2009
Vi perdono: un romanzo post-cristiano
Ilaria, detta Miele, è una giovane donna che aiuta i malati senza speranza a morire. Clandestinamente, fra mille precauzioni, con farmaci acquistati in Messico; non (solo) per denaro, ma per alleviare il ricordo della madre, morta fra lunghe sofferenze senza possibilità di aiuto. Ilaria/Miele è la protagonista del romanzo Vi perdono (Einaudi 2009, pp. 164, Euro 16,00), di Angela Del Fabbro, nom de plume di una scrittrice (scrittore?) che ha scelto di rimanere anonima.
Può sembrare strano per un romanzo che non volge altrove lo sguardo quando si tratta di descrivere tecniche eutanasiche o corpi colpiti dalla malattia, ma Vi perdono è uno di quei libri che è difficile mettere giù anche solo per un attimo prima di averli finiti. Forse è per l’ansia di lasciarsi rapidamente alle spalle quelle pagine angosciosamente realistiche; forse è per la scrittura impeccabile, alla quale al massimo si può rimproverare di comunicare talvolta una sia pur indefinibile sensazione di deja vu (ma può darsi che questo accada perché l’autrice, che non sembra un’esordiente, avrà già dato altre prove letterarie); forse è per il guizzo della trama che a un tratto pone sulla strada di Miele la figura di Augusto Grimaldi, ingegnere in pensione con la passione per Virgilio, che vuole morire per taedium vitae, senza essere affetto da malattie di sorta. Ma non sta qui, nel dilemma morale se sia lecito aiutare a suicidarsi una persona perfettamente sana (dilemma che l’autrice del resto lascia sospeso), l’interesse principale del romanzo.
È frequente, per chi argomenta a favore dell’eutanasia e più in generale del diritto a disporre del proprio corpo, presentare la propria posizione come quella di una minoranza, degna di rispetto a fianco di altre, opposte concezioni. Ma leggendo Vi perdono, con le sue rappresentazioni mai morbose ma tuttavia realistiche di disfacimento e di dignità offesa, è inevitabile giungere a considerare l’eutanasia come l’unica risposta veramente possibile al problema della sofferenza ineliminabile. Unica a causa della comune natura umana, della carne e del sangue che più di tanto non resistono agli insulti, e soprattutto dello spirito che non riesce più di tanto a piegarsi – anche se poi il terrore del nulla, la speranza irrazionale o, più banalmente, la difficoltà di trovare al momento giusto una misericordiosa Miele ci trattengono fino al limite estremo.
In questo senso Vi perdono è un romanzo post-cristiano: perché le ragioni contrarie all’eutanasia e al suicidio assistito sbiadiscono inevitabilmente di fronte alla terribile concretezza della dignità offesa dei corpi che il romanzo ci propone, e non riescono più a succhiare energia da un serbatoio ideologico che palesemente è ormai svuotato. Non occorre nemmeno una polemica esplicita, e non solo perché non abbiamo di fronte un pamphlet: quelle ragioni possono essere trascurate, tanto appaiono remote nella loro strana arcaicità. La guerra è, in un certo senso, già vinta.
Di questo sembrano in qualche modo essersi accorti i recensori cattolici: abbiamo così i fraintendimenti un po’ patetici di Famiglia cristiana, i tentativi di volgere il romanzo a una tesi più gradita di Lucetta Scaraffia, la pagina gonfia di livore di Nicoletta Tiliacos. (I laici non sono stati a dire il vero molto più simpatetici: si va dalla lettura corretta ma un po’ distaccata di Adriano Sofri all’intervista di un Michele Smargiassi che tenta in tutti i modi di far convenire l’autrice sulla propria errata interpretazione.)
Ma è questo anche un romanzo anti-cristiano? No, anzi. Del Fabbro giunge alla fine a una visione riconciliata del cristianesimo come bella invenzione che sottrae chi ci crede al terrore della fine: «Vi perdono» sono le parole che Miele rivolge infine a «stregoni, guerrieri, pastori» della fede. Una visione che è anche profondamente distaccata.
Per Miele infatti la morte non è schermata da care illusioni: è una cosa orribile, ingiusta, oscena, che non meritiamo, e che nulla allevia, neppure l’amore. Tutti gli aspiranti suicidi del romanzo hanno accanto chi li ama o chi offre loro amore, ma senza che questo cambi alcunché. Ed è il contatto prolungato, intimo con la morte, non altro, che alla fine piega Miele. L’unico rifugio sembra essere la narrazione: Ilaria/Miele/Angela comincia a scrivere, a confidare i segreti fino ad allora inconfidabili; noi leggiamo, e ciò che avremmo detto insostenibile ci sembra improvvisamente sopportabile, una storia di cui vuoi sapere la fine. La vecchia catarsi pare funzionare ancora – ma conviene sempre comunque tenere i barbiturici messicani a portata di mano, in fondo all’armadietto dei medicinali.
sabato 31 ottobre 2009
Se i senza-giudizio sognano i senza-genitori
La notizia, pubblicata il 28 ottobre scorso su Nature, che da cellule staminali embrionali sarebbero state derivate cellule germinali, progenitrici di spermatozoi e ovociti, ha generato il prevedibile sciame di commenti, oscillanti fra l’allarmismo infondato e l’indignazione compiaciuta. Colpisce in particolare la sconfortante uniformità con cui nei giornali italiani di ieri si è cercato di far passare il concetto che la scoperta aprirebbe la strada alla nascita di bambini privi di genitori: anche trascurando le volgarità di Libero («Che disastro, non ci saranno più i figli “di buona donna”», p. 23), in cui si cerca come d’abitudine di titillare le sordide paranoie e l’infondato senso di superiorità della canaille microborghese che costituisce il pubblico naturale di quel giornale, l’idea trova ospitalità sulle colonne della Stampa («bambini concepibili […] senza mamma e papà»; il titolo – indegno – è «Il papà di Dolly e i dubbi sul seme di Frankenstein», p. 13) e del Corriere («procreare, estremizzando, senza padre o senza madre»; la sfumatura di prudenza si perde nel titolo: «Le nascite senza genitori. La vita dalle staminali», p. 29). Paradossalmente è più prudente Avvenire, che almeno pone i propri terrori in prospettiva («Un’altra possibile deriva verso la vita “artificiale”», p. 6), mentre col Giornale ritorniamo all’ossessione dominante («Generazione X: così i bimbi nasceranno senza genitori», pp. 16-17), aggravata dalle curiose concezioni dell’articolista («Spermatozoi artificiali […] e ovuli artificiali […] accoppiati in una provetta potrebbero arrivare a fare tutto da soli: creare un embrione, un futuro essere vivente senza l’intervento di mamma e papà»: perché, spermatozoi e ovuli naturali accoppiati in una provetta o anche in una tuba di Falloppio cosa fanno? Hanno bisogno di essere accompagnati per mano?) e da qualche metafora infelice («scienziati che masticano cellule staminali da una vita»). Ci vuole Carlo Flamigni, intervistato dalla Stampa per un soprassalto di sanità mentale («“Passo fondamentale per battere la sterilità”», p. 13), per far notare ciò che dovrebbe essere ovvio a chiunque sia in possesso della dotazione minima di buon senso (e di un diploma di scuola superiore):
Allora professore, ci saranno bambini concepiti già «orfani»?E naturalmente anche la prospettiva di generare bambini con gameti tratti da staminali è abbastanza remota; per adesso l’unica possibile applicazione della scoperta è lo studio dei fattori che influiscono su sperma e ovociti per determinare sterilità e infertilità.
«Assolutamente no, mi sono stupito quando ho sentito questa sciocchezza. I genitori ci sono eccome e sono le persone dalle quali sono state estratte le cellule staminali. I cromosomi sono i loro. La creazione di bambini senza genitori presuppone la creazione di materiale genetico e siamo mille miglia lontano. È fantascienza».
La cosa più grave, però, non sono le reazioni semi-pavloviane di cronisti fuori dal loro elemento, che cercano nel titolo ad effetto la maniera più spiccia per sbrigarsi e tornare a casa per la cena, ma bensì i commenti in teoria più meditati. In essi il legame con la realtà fattuale dell’annuncio degli scienziati di Stanford, già particolarmente esiguo nelle cronache passate in rassegna più sopra, viene del tutto abbandonato in favore di una sorta di associazione libera di parole e concetti, in cui a uno stimolo meramente verbale («bambini senza genitori») si risponde con ciò che per primo passa per la mente, in modo da far affiorare alla coscienza incubi e nevrosi personali. Così, sempre sul Giornale («Se la scienza ruba emozioni e incontri a uomini e donne», p. 17), per Annamaria Bernardini De Pace, celebre avvocato matrimonialista, la scoperta odierna «toglie definitivamente valore alla coppia»; inoltre, «qualche mamma sarà persino felice di non deformare il suo corpo; di non “partorire con dolore”, ma non potrà mai apprezzare la carezza dell’uomo amato al suo pancione e il primo strillo del bambino che si stacca da lei». Qui il lettore si ferma smarrito: cosa c’entra mai questo scenario da fantascienza con la produzione di gameti a partire da cellule staminali? Il fatto è che l’autrice s’è immaginata – Dio solo sa perché – che a Stanford abbiano tratto dalle cellule staminali, «per una sorta di autogerminazione, sperma e ovuli, tanto che non esisterebbero più né l’altro genitore biologico né, forse, l’utero formativo»; una sorta di partenogenesi combinata con utero artificiale, di cui non c’è ovviamente nessuna traccia nel lavoro degli scienziati (unire a caso gameti derivati da un solo individuo servirebbe oltretutto solo a ottenere embrioni affetti da malformazioni gravissime).
Ancora sul Giornale («Quei figli di nessuno condannati alla follia dal delirio dei medici», p. 17), Claudio Risé associa «la costruzione di figli di nessuno, di essere [sic] umani fabbricati in laboratorio […] senza nessun contributo né di un padre né di una madre» alla sua annosa personale battaglia in favore del ritorno alla figura del padre autoritario:
Quando la mamma non c’è, non guarda e non tocca il suo cucciolo, quello che gli psicologi chiamano Io non si costituisce […]. Quando il papà non è presente, e non aiuta i figli a uscire dalla fusione che si instaura con la madre nelle prime settimane di gravidanza e continua per anni, il soggetto umano non si forma […] Negli ultimi trent’anni, in cui i padri assenti, o espulsi dal matrimonio sono diventati fenomeno di massa, le statistiche hanno mostrato che questi figli senza padre rappresentano in ogni paese il gruppo di testa dei principali disagi psichici, dalle tossicomanie agli atti di violenza, dai disturbi alimentari alle depressioni.Di nuovo: cosa c’entra questo con la scoperta di cui parla Nature? L’unica possibilità di dare un senso a queste righe è che Risé abbia indebitamente generalizzato la notizia (già in partenza fasulla), interpretandola in maniera estensiva e passando quindi dal piano biologico a quello sociale: i bambini non sarebbero solo concepiti in laboratorio, ma – sembra di capire – vi verrebbero anche cresciuti.
La famiglia è spesso un problema, ma non averla per niente è peggio.
Risé, ad essere sinceri, conclude l’articolo con un appello condivisibile: «Tuttavia di fronte al sinistro circo Barnum tecnoscienza & mercato dei bambini, preoccupiamoci pure, ma non cadiamo nell’isteria»; ma l’esempio che subito dopo ci fornisce di reazione non isterica è questo:
È proprio ciò che gli scienziati pazzi vorrebbero, per poter dire che gli amanti della natura sono poveri matti retrogradi, e loro i sani. Per contrastare i loro scenari avidi, occorre lucidità e sangue freddo. In fondo, non sono passati neppure due secoli da quando, nel 1916 [sic], Mary Shelley, spinta da Lord Byron a scrivere un racconto gotico, vide in un incubo uno studente, Victor Frankenstein, che si inginocchiava di fianco ad una creatura che aveva costruito; e questa, grazie a qualche forza ancora sconosciuta, mostrava segni di vita. Era l’annuncio della tecnoscienza, ed il primo grido di allarme per i suoi futuri deliri. Non serve scandalizzarsi per le visioni umane, vanno però messe sotto controllo. O sono guai.Scienziati pazzi, «scenari avidi», il mostro di Frankestein e i deliri della tecnoscienza: non c’è che dire, una risposta proprio compassata...
Queste risposte, fra l’isterico e lo stralunato, a una scoperta che si sarebbe dovuta accogliere invece con interesse e apertura, ci mostrano ancora una volta come il sentimento antiscientifico dominante sia un segnale di grave pericolo per il progresso del nostro paese; progresso non solo civile ma anche materiale, non tanto perché la scienza costituisce il motore ultimo della crescita economica, ma perché là dove si reagisce con terrore inarticolato a ogni minima opportunità e a ogni minimo rischio, lo spirito di intraprendenza non può essere che morto da un pezzo.
Aggiornamento 1/11: da leggere la riflessione di Michele Serra (nell’«Amaca» di ieri) su come è stata data la notizia.
Postato da Giuseppe Regalzi alle 17:14 5 commenti
Etichette: Annamaria Bernardini De Pace, Cellule staminali, Claudio Risé, Libero, Scienza
mercoledì 28 ottobre 2009
29 ottobre 2009

Presentazione di Buoni genitori presso la sede nazionale UAAR (Roma, Via Ostiense 89 ore 18.00).
Fra i barbari
Ilaria Carra, «Melzo, in tre chiedono di abortire. Il primario urla in corsia: “Assassine”», Repubblica, 27 ottobre 2009:
Avevano deciso di abortire. Ma una volta all’ospedale, per gli accertamenti preliminari all’interruzione di gravidanza, il primario, obiettore di coscienza, le ha umiliate nel corridoio del reparto, davanti al personale e alle degenti. «Assassina, sta uccidendo suo figlio», ha urlato Leandro Aletti, responsabile di Ostetricia e ginecologia dell’ospedale di Melzo e noto antiabortista, simpatizzante di Comunione e liberazione, a ciascuna delle tre donne, dai 27 ai 36 anni, che avevano scelto quella struttura pubblica per abortire.In un paese civile, il responsabile sarebbe stato licenziato e l’ospedale costretto a un risarcimento multimilionario. Qui è già tanto che si arrivi a una letterina di scuse più o meno ipocrite.
L’aggressione verbale è riportata nella denuncia per ingiuria presentata al giudice di pace di Cassano d’Adda […].
Aggiornamento: l’Aletti, a quanto pare, ha fatto anche di peggio (ma la condanna subita non ha interrotto la sua carriera).
Aggiornamento 2: impagabile il titolo del post che Guia Soncini ha dedicato all’episodio: «Poi, quando qualcuno fonda il gruppo Facebook “Aspettiamo Leandro Aletti con delle mazze chiodate nel parcheggio dell’ospedale”, tocca pure leggere dichiarazioni indignate e solidali».
Postato da Giuseppe Regalzi alle 11:01 3 commenti
Etichette: Aborto, Comunione e Liberazione, Leandro Aletti
venerdì 23 ottobre 2009
Per qualcuno i barboni sono come la polvere

Le ingiustizie e le mistificazioni cominciano dalle parole: clandestini, sbandati, bivacco, decoro urbano.
E proseguono con una cieca e ignobile azione esclusivamente punitiva e coercitiva. Dopo il divieto di mangiare e bere nei luoghi “pregiati” di Roma, l'ordinanza contro i lavavetri, i giocolieri e gli ambulanti e la cosiddetta ordinanza antiborsoni, ecco in arrivo un altro stupido gradino di un progetto miope e osceno: le panchine antibarbone. Ovvero panchine divise in due da un bracciolo per evitare che qualcuno vi si posa sdraiare. Nani e bambini a parte. Forse ai nostri burocrati dell'ordine è sfuggita questa possibilità. Ma i nani sono pochi e i bambini magari fanno tenerezza anche agli aridi cuori della giunta capitolina.
I fondi per modificare le panchine o per costruirne di nuove ci sono già: quanti soldi saranno spesi per evitare di sdraiarsi a chi non ha nessun posto dove andare? Nessuno ha nemmeno considerato che si potrebbero spendere per offrire un luogo dove dormire e non per rendere ancora più dolente una esistenza che è già disgraziata?
No, l'unica preoccupazione di gente come Fabio de Lillo, assessore all'Ambiente, è di cacciare la polvere sotto al tappeto e negare o fregarsene della drammatica realtà di alcuni esseri umani. Già. Perché quella polvere che non si vuole vedere non è quella presente anche nei loro salotti buoni, ma sono persone.
DNews, 23 ottobre 2009
martedì 20 ottobre 2009
Incostituzionale? Per niente
La Rete Lenford (un gruppo di avvocati che si occupano della tutela giudiziaria delle persone omosessuali) ha emesso un comunicato stampa in cui si dimostra come siano del tutto inesistenti le pretese violazioni delle norme costituzionali elencate nella pregiudiziale presentata dall’UDC e approvata dalla Camera di Deputati il 13 ottobre scorso, con la quale è stato affossato il disegno di legge che introduceva la circostanza aggravante relativa all’orientamento sessuale.
Secondo gli estensori della questione pregiudiziale il progetto di legge introduceva, in violazione dell’art. 3, un trattamento differenziato fondato su un elemento irragionevole, che risiederebbe nel fatto che l’espressione “orientamento sessuale” comprenderebbe “qualunque orientamento, ivi compresi incesto, pedofilia, zoofilia, sadismo, necrofilia, masochismo eccetera”.Da leggere tutto.
Questa affermazione è del tutto incongruente ed errata.
Infatti, nel suo significato semantico l’espressione “orientamento sessuale” non corrisponde a nessuno dei fenomeni sopra elencati, essendo una condizione personale ascritta e avendo una sua precisa definizione scientifica come attrazione emotiva, romantica e/o sessuale verso una persona del proprio sesso o del sesso opposto.
Neppure nel suo contenuto legislativo, la dizione “orientamento sessuale” può dirsi comprensiva delle sopra menzionate condotte erotiche che invece non sono condizioni personali ascritte, ma vengono fatte rientrare dalla scienza medica nella categoria dei disturbi del comportamento sessuale.
Peraltro, è proprio l’asserita arbitraria assimilazione tra “orientamento sessuale” da un lato, e condotte erotiche quali incesto, pedofilia, zoofilia ecc. dall’altro, che costituisce una disparità di trattamento del tutto irragionevole, e ciò perché, com’è evidente, l’orientamento sessuale è cosa ben diversa dalle predette condotte, che si caratterizzano tutte come indirizzate a specifiche categorie di soggetti che non possono catalogarsi in base all’orientamento sessuale. Così, ad esempio, un pedofilo è tale in virtù dell’età della sua vittima, a prescindere dalla circostanza che la vittima abbia o meno il suo stesso sesso. Analogamente, un necrofilo è tale in virtù del fatto che la sua vittima è morta, cioè, ancora, a prescindere dalla circostanza che la vittima abbia il suo stesso sesso o quello opposto. Inutile dilungarsi sulle altre condotte.
Del resto, l’ordinamento italiano e sovranazionale già sanziona, con norme di natura penale, le condotte sopra elencate, che sono considerate dannose per la vittima, mentre protegge espressamente l’orientamento sessuale, per esempio contro le discriminazioni nei luoghi di lavori o nella definizione dei requisiti per lo status di rifugiato. […]
Si vorrebbe far credere, nella mente degli estensori della questione pregiudiziale, che l’elemento soggettivo in capo all’autore del reato (“l’interiorità dell’animo” quale “autentico movente”), sarebbe difficilmente accertabile, e quindi di per sé contrario al principio di uguaglianza, perché irragionevolmente discriminatorio.
A questa visione basta rispondere che il codice penale ben conosce ipotesi di dolo specifico e che le difficoltà di accertamento del reato non possono, da sole, giustificare un rifiuto di tutela da parte del legislatore, che è chiamato, in virtù dei suoi doveri costituzionali, a porre fine alle discriminazioni e non ad alimentarle attraverso considerazioni di ordine pratico che la legge, invece, assegna sempre al giudice perché le risolva nel corso di un procedimento giudiziario, con gli strumenti che il diritto processuale mette a sua disposizione.
Quale ulteriore asserita motivazione di incostituzionalità della proposta di legge, basata sull’art. 25 della Costituzione, ed in particolare sul principio nullum crimen sine lege, mancherebbe una definizione dell’espressione “orientamento sessuale”, mancanza che renderebbe imprecisato l’oggetto dell’aggravante.
Si tratta, anche qui, di un’opinione del tutto incongruente, per le stesse ragioni evidenziate sopra e in più perché la nozione di orientamento sessuale è già presente nella legislazione penale italiana. Infatti dal combinato disposto degli articoli 10 e 18 del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276 e dall’articolo 38 dello Statuto dei lavoratori risulta una fattispecie penale tra i cui elementi vi è proprio l’orientamento sessuale. […]
mercoledì 14 ottobre 2009
Il fallo da espulsione di Paola Binetti
Come ha giustificato l’onorevole Binetti il suo voto contrario alla legge sull’omofobia? L’agenzia Adnkronos ha battuto ieri alle 18.10 il seguente dispaccio:
«Per come era formulata la legge, le mie opinioni sull’omosessualità potevano essere individuate come un reato... le mie e quelle di tante altre persone». Paola Binetti spiega così il suo voto a favore della pregiudiziale di costituzionalità che ha bocciato il ‘testo Concia’ sull’omofobia. Per la deputata teodem quel testo «era ambiguo, io ho votato per rinviarlo in Commissione e migliorarlo ma la richiesta di rinvio è stata bocciata. C’era un’ambiguità che giustificava le mie riserve». Binetti sottolinea di essere, ovviamente, «contraria a ogni forma di violenza, in questo caso alla violenza contro gli omosessuali. Ma la formulazione della legge lasciava aperta la strada a successive interpretazioni che potevano configurare il reato di omofobia solo per aver espresso delle opinioni, o per una madre che prova a convincere il figlio che gli ha appena detto di essere gay». […]Dichiarazioni quasi identiche sono state riportate dall’Ansa. Andiamo allora a vedere il testo del disegno di legge bocciato che tante apprensioni ha provocato alla Binetti, il cui titolo era «Introduzione nel Codice Penale della circostanza aggravante inerente all'orientamento o alla discriminazione sessuale» (C. 1658-1882):
All’articolo 61, comma 1, del codice penale, dopo il numero 11-ter), è aggiunto il seguente:L’art. 61 del C.P. esordisce così: «Aggravano il reato quando non ne sono elementi costitutivi o circostanze aggravanti speciali le circostanze seguenti». Come si vede, il ddl avrebbe introdotto non una nuova figura di reato, ma un’aggravante per delitti già previsti e puniti dal codice. Non si capisce allora come l’onorevole Binetti possa trovare «ambiguo» questo testo: se le sue opinioni sull’omosessualità non costituiscono già oggi reato, il nuovo comma del Codice penale introdotto dal ddl non avrebbe potuto certo modificare la situazione. Per fare un altro esempio, siccome oggi non è un delitto che una madre cerchi di convincere (senza usare violenza) il proprio figlio a fare qualcosa, non sarebbe stato domani un delitto cercare di convincerlo a cambiare orientamento sessuale.
«11-quater) l’avere, nei delitti non colposi contro la vita e l’incolumità individuale, contro la personalità individuale, contro la libertà personale e contro la libertà morale, commesso il fatto per finalità inerenti all’orientamento o alla discriminazione sessuale della persona offesa dal reato».
Delle due l’una, allora: o la Binetti ha votato – in un’occasione importante, in cui si è trovata sola contro tutto il resto del suo partito – senza conoscere il testo su cui si esprimeva; oppure ha mentito, e il suo voto è stato dettato da motivazioni inconfessabili. Non so decidere cosa sia più grave.
martedì 13 ottobre 2009
Il giornalismo scientifico secondo Liberazione
C’è qualcosa che non va in un articolo pubblicato pochi giorni fa su Liberazione (Massimo De Santi, «Prove di guerre stellari?», 10 ottobre 2009, p. 10):
Sconcertante e allarmante il recente annuncio dato dalla Nasa: gli Stati Uniti d’America hanno lanciato ieri alle 4.30 ora della Florida (10.30 in Italia) un missile probabilmente a testata nucleare che colpirà il suolo lunare nella zona del Polo Sud con il fine, si dice, di scoprire se il nostro satellite contenga acqua.Il «missile» era in realtà l’ultimo stadio, ormai privo di carburante, del razzo che era servito per portare assieme nello spazio le sonde Lunar Reconnaissance Orbiter e LCROSS (Lunar CRater Observation and Sensing Satellite). Che recasse «probabilmente» anche una testata nucleare è una illazione dell’autore dell’articolo che non solo è falsa, ma non ha nemmeno il minimo addentellato nella realtà: lo stadio (del tipo Centaur) non aveva testate esplosive di nessun tipo, e doveva formare un cratere sulla superficie lunare con la sola energia cinetica liberata nell’impatto.
Il missile Centaur è stato lanciato dalla navicella spaziale Lacross, messa in orbita attorno alla luna nel mese di giugno, e dovrebbe provocare un cratere di circa 4 metri e largo 20, sollevando un’enorme nuvola di detriti.Il Centaur aveva una massa di 2366 kilogrammi al momento dell’impatto lunare, mentre la sonda LCROSS (non Lacross...) ne pesava al lancio da terra 891, compreso il carburante (traggo tutti i dati dal kit per la stampa della Nasa). Sarebbe quindi più corretto dire che il Centaur ha lanciato LCROSS, non viceversa. Sonda e stadio orbitavano attorno alla Terra (in 37 giorni), non attorno alla Luna.
Dopo il violentissimo impatto, la parte rimanente della navicella Lacross, dal nome del Progetto stesso, dovrebbe passare dentro la nube di detriti per raccogliere materiale e consentire ai ricercatori e ai tecnici di verificare se ci sono resti di ghiaccio e vapore, la cui presenza confermerebbe l’esistenza di acqua al di sotto del suolo lunare.Dio solo sa perché De Santi usi una formula dubitativa («Si dice») per qualcosa in cui non crede nemmeno lui («ci mancherebbe altro!»). Quanto alle «immense spese sostenute» dalla Nasa per questa missione, ammontano a 79 milioni di dollari. Possono sembrare tanti, ma il budget della Nasa per l’anno fiscale 2009 è stato di 17,6 miliardi di dollari: 223 volte tanto. A sua volta il bilancio della Nasa ammonta a meno dell’1% del bilancio federale americano.
Si dice che sulla navicella non ci sono esseri umani (ci mancherebbe altro!), ma ciò non giustifica le immense spese sostenute per soddisfare la curiosità scientifica di vedere se c’è acqua sulla luna, mentre sulla terra questa risorsa, bene prezioso per la nostra vita, si continua a sprecare invece di salvaguardare.
Sorvolo sulle elucubrazioni complottistiche dell’autore («Allora: qual è lo scopo occulto?»), che si firma alla fine «Massimo De Santi (fisico nucleare, Cpr Toscano)», anche se risulta specializzato in fisica sanitaria e protezione dalle radiazioni nucleari.
La missione LCROSS non sembra essere stata un clamoroso successo; forse quei soldi sarebbero stati spesi meglio dirigendo il razzo Centaur su qualche redazione...
lunedì 12 ottobre 2009
Le chimere e la vittoria di Pirro
L’urlo di trionfo è echeggiato a lungo negli scorsi giorni: ben tre articoli (E. Del Soldato, «Londra “scarica” le chimere», Avvenire, 6 ottobre 2009, p. 24; «Il flop degli embrioni ibridi in Gb», Il Foglio, 7 ottobre, p. 3; A. Morresi, «Scandaloso silenzio sul fallimento delle chimere», Avvenire, 8 ottobre, p. 2) hanno riportato con esultanza nella stampa integralista una notizia apparsa sull’Independent (Steve Connor, «Vital embryo research driven out of Britain», 5 ottobre 2009), che raccontava dell’abbandono delle ricerche sui cosiddetti cibridi nel Regno Unito, dopo che i comitati finanziatori avevano rifiutato tre richieste di fondi da parte di altrettanti scienziati, uno dei quali ha lasciato in seguito l’università per dedicarsi alla ricerca industriale, mentre altri due si sono trasferiti in Spagna e in Australia.
Cosa sono i cibridi? Uno dei problemi della clonazione terapeutica (la tecnica con cui si potrebbero creare tessuti ed organi per trapianti, geneticamente identici a quelli di un paziente e quindi non soggetti a rigetto) è quello della scarsità di ovociti umani. Normalmente nella clonazione si sostituisce il nucleo dell’ovocita di una donatrice con il nucleo di una cellula del paziente, e si fa moltiplicare la cellula risultante fino ad ottenere cellule staminali embrionali. Ma le donatrici, per vari motivi, sono poche, mentre la tecnica – ancora molto inefficiente – richiede molti ovociti. L’espediente ideato da alcuni ricercatori consiste allora nell’usare al posto degli ovociti umani ovociti animali (in genere di bovini o conigli), disponibili in grande quantità. Dopo l’inserimento del nucleo di una cellula umana nell’ovocita animale, si ottiene quello che viene chiamato ibrido citoplasmatico (perché il citoplasma della cellula non ha la stessa origine del nucleo), in inglese cytoplasmic hybrid, che si contrae in cybrid, cibride.
All’inizio di settembre del 2007, dopo pubbliche consultazioni, la Human Fertilisation and Embryology Authority (HFEA) del Regno Unito aveva concesso la licenza di perseguire questi studi ad alcuni gruppi di ricerca, ritenendoli compatibili con l’esistente quadro normativo (in seguito una nuova legge ha codificato più chiaramente questa possibilità). Lo sviluppo delle cellule eventualmente ottenute sarebbe stato arrestato dopo pochi giorni, senza tentare per il momento applicazioni terapeutiche, e naturalmente senza tentare di far nascere degli ibridi uomo-animale (che comunque sarebbero stati praticamente indistinguibili da normali esseri umani). L’abbandono delle ricerche di cui parla l’Independent non ha dunque nulla a che fare con la legge o con questioni morali: come ha dichiarato Colin Miles, uno dei decisori che hanno negato i finanziamenti, «possedere una licenza della HFEA che autorizza a condurre un certo tipo di ricerca non comporta automaticamente l’assegnazione di finanziamenti ai ricercatori, che devono ancora competere per i fondi in base alla qualità scientifica, all’impatto strategico e alle potenzialità del progetto di contribuire significativamente al corpus di conoscenze in quell’area particolare». Il rifiuto è insomma stato di natura tecnico-scientifica (le ricerche non porteranno a risultati tali da giustificare la spesa), non giuridico-morale (le ricerche sono mostruose e non si devono fare).
È questa una sconfitta per chi si batte a favore della libertà di ricerca? Naturalmente la notizia non è positiva: una linea di ricerca abortita significa un’opportunità in meno di conoscenza e un’opportunità in meno di terapie. Ma «libertà di ricerca» non ha mai significato che qualsiasi ricerca debba essere perseguita; viviamo in un mondo di risorse – tempo, attenzione, fondi – limitate, e per quanto alta possa essere la percentuale di esse destinate alla ricerca, è ovvio che solo un numero limitato di progetti potranno venire finanziati. La ricerca è libera, piuttosto, quando non deve sottostare a vincoli esterni arbitrari, che – nel caso dei cibridi – erano rappresentati dalle ubbie ideologiche di chi pretendeva di salvaguardare la propria visione essenzialistica dell’umanità, che non andrebbe «contaminata» con il citoplasma «bestiale» per evitare pericolose «confusioni». Con la decisione della HFEA del 2007 e la successiva legge approvata dal parlamento britannico, la causa della libertà di ricerca ha vinto, e se domani nuovi dati dovessero dimostrare che i cibridi rappresentano tutto sommato una via che vale pena percorrere, nulla potrà opporsi alla ricerca in questo campo.
Se il partito della libertà di ricerca dice: le idiosincrasie morali non contano, quel che conta è solo se una ricerca sia utile o meno, cosa dovrebbe dire il partito avversario? Naturalmente l’opposto: l’utilità di una ricerca non conta, conta solo la sua moralità. Consideriamo un principio etico su cui esiste un consenso praticamente universale: non possiamo sacrificare persone umane – vere persone umane, non quelle che il Culto dell’Embrione si sforza di far passare per tali – alla ricerca. Questo è un assoluto, che non varia nemmeno se a un certo punto qualcuno progettasse una ricerca con cavie umane capace di dare benefici all’intero genere umano al prezzo del sacrificio di poche dozzine di soggetti sperimentali.
Quali commenti ci saremmo allora aspettati di trovare nella stampa integralista in seguito alle notizie dal Regno Unito? Più o meno qualcosa del genere: siamo sollevati nel sapere che quelle ricerche per adesso sono state sospese, ma purtroppo questo non significa che i nostri principi siano stati accolti; la lotta continua, etc. etc. Cosa troviamo, invece? In un certo senso, l’esatto opposto: gli integralisti tengono a sottolineare di aver sempre sostenuto che quelle erano in primo luogo ricerche inutili. Così, la fanatica Josephine Quintavalle dichiara ad Avvenire che si sapeva che «tali esperimenti non garantiscono nulla, tanto meno una cura per malattie terminali». Per il Foglio, «la storia è parecchio istruttiva»; ma istruttiva perché? Per l’anonimo editorialista, se ne può trarre un insegnamento «soprattutto se ci si ricorda delle infuocate polemiche con tanto di appelli sullo sullo [sic] Times di scienziati per la libertà di ricerca, contro il parere di altri scienziati che avevano avvertito della inconsistenza e della assurdità di “quella” ricerca». Addirittura, di nuovo su Avvenire, Assuntina Morresi tiene a precisare che i motivi dell’abbandono della ricerca «non sono etici», e ribadisce: «Che quel filone di ricerca fosse inutile e superato lo si poteva capire leggendo la letteratura scientifica sul tema».
Quel che manca cospicuamente, in tutti questi commenti, è appunto il primato della dimensione morale; gli autori sembrano fare proprio l’argomento opposto, che quel che conta è solo se una ricerca sia utile o meno. Naturalmente non sono stupidi, e se fanno questo è solo perché sanno bene che le loro argomentazioni morali posseggono ben poco appeal, persino per il loro stesso pubblico; ma in questo modo, proprio nel momento in cui esultano, rendono un servigio non di poco conto ai loro avversari, perché sembrano implicare che ove quelle ricerche fossero utili, sarebbero per questo giustificate. E la loro vittoria, allora, si rivela infine per quello che è: una mesta vittoria di Pirro.
giovedì 8 ottobre 2009
Il compromesso impossibile
Paolo Flores d’Arcais scrive una lettera aperta al Presidente della Camera Gianfranco Fini sulle ipotesi di compromesso che circolano in merito alla legge sul testamento biologico («Caro Fini, non scenda a compromessi», Il Fatto Quotidiano, 7 ottobre 2009, p. 18):
Stimato presidente Fini, sento che circolano ipotesi di “compromesso”. Ma in questa materia che compromesso è mai ipotizzabile? Al dunque, o sul sondino decide chi lo dovrebbe subire, o decide qualcun altro, medico, familiare, monsignore o governo che sia. La cosa non è indifferente, ma comunque anche nel caso meno osceno (il medico o il familiare) l’autonomia del paziente, cioè la sua dignità umana, viene calpestata. Si torna a prima dell’Habeas corpus (dal latino habeas corpus ad subiciendum, cioè “che tu abbia la disposizione del tuo corpo, della tua persona”), che data alla Magna Charta libertatum di Giovanni senza Terra (1215).
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mercoledì 7 ottobre 2009
Autodeterminazione e solitudine
È una storia triste, quella di Kerrie Wooltorton, ventiseiennne di Norwich, Inghilterra. Dopo aver ingerito intenzionalmente un liquido antigelo la donna aveva chiamato un’ambulanza, ma all’arrivo in ospedale si era opposta a che i medici intervenissero per salvarle la vita; a questo scopo aveva anche redatto tre giorni prima un testamento biologico e l’aveva portato con sé. I medici, dopo aver constatato che la donna appariva capace di intendere e di volere, avevano ritenuto che fosse contrario alla legge (il Mental Capacity Act del 2005) imporre un trattamento sanitario, e si erano limitati a fornire cure compassionevoli. Kerrie era morta il giorno dopo.
I fatti risalgono a due anni fa, ma in questi giorni un tribunale britannico ha stabilito che il comportamento dei medici non è stato contrario alla legge. Questa decisione ha scatenato inevitabilmente le polemiche: alcuni vi hanno visto una forzatura dello strumento legale del testamento biologico, che si trasformerebbe in questo modo in un mezzo per portare a termine indisturbati propositi suicidi. Per la verità, non è affatto chiaro che le direttive anticipate abbiano avuto un ruolo nella vicenda: Kerrie era cosciente al suo ingresso in ospedale, e si è opposta a voce all’intervento dei medici; il testamento biologico può aver al massimo rafforzato le parole della donna (si veda «Sheila McLean on advance directives and the case of Kerrie Wooltorton», BMJ Group Blogs, 1 ottobre 2009).
Più seria è la contestazione relativa alle reali condizioni mentali della donna. Sembra che alla Wooltorton fosse stato diagnosticato in passato il disturbo borderline di personalità; la donna risentiva fortemente dell’impossibilità di avere figli a causa di una malformazione fisica. La circostanza, se fosse vera, getterebbe forti dubbi sulla sentenza (o sulla legge su cui questa si è basata): una condizione necessaria per la validità del consenso informato in materia di fine vita è senza dubbio la capacità mentale. Vero è che in casi di disturbo mentale intrattabile la sofferenza del paziente può essere tanto intensa da rendere difficile per chiunque altro opporsi su basi morali a una decisione suicida. Al di là del caso in questione, va poi decisamente evitato quel vero e proprio comma-22 che fa dire ad alcuni che chiunque non sia pazzo può suicidarsi, ma chi decide di suicidarsi va per ciò stesso considerato pazzo: la diagnosi psichiatrica non deve fondarsi unicamente sul proposito suicida in sé.
Un altro requisito per avere un consenso informato valido in casi come questo è che il gesto non sia dettato dall’impulso del momento. Sicuramente non è stato così per Kerrie Wooltorton, che in un anno aveva tentato già altre nove volte di uccidersi, sempre con l’antigelo. In queste occasioni la donna non era riuscita ad andare fino in fondo, acconsentendo alla fine sempre alle cure. Dall’altra parte, questi reiterati tentativi pongono inevitabilmente una domanda: è possibile che una persona che voglia davvero suicidarsi non riesca a trovare un sistema più efficace? Esiste però una risposta: Kerrie ha specificato, arrivando in ospedale, che non voleva morire sola. Il ricorso a un veleno dall’effetto lento (e la telefonata al servizio di emergenza sanitaria) sembra essere stato determinato dal timore di finire in solitudine; ed è questo che dà alla vicenda tutta la sua tragica malinconia.
Il tema della solitudine ricorre spesso nelle discussioni sull’autoderminazione nei casi di fine vita. Lo evoca per esempio Assuntina Morresi in un articolo dedicato proprio al caso di Kerrie Wooltorton («Morte a comando. Purché sia salva la forma», Avvenire, 3 ottobre, p. 2). La Morresi denuncia il «verbo dell’autodeterminazione, ridotto ad un individualismo esasperato, in una società da cui si esigono “servizi” e “nuovi diritti”, ma nella quale le relazioni umane hanno sempre meno importanza». Nota acutamente Ivo Silvestro («Solitudine», L’Estinto, 3 ottobre), a proposito di questo articolo:
Il problema è che l’autrice sembra convinta che si tratti di una storia di autodeterminazione e quindi di solitudine, come se l’unico modo per stare vicino a una persona fosse non rispettare la sua volontà.L’autodeterminazione implica sempre una scelta dell’individuo; né potrebbe essere diversamente (la cosiddetta autodeterminazione dei popoli, delle classi, delle comunità, etc. è poco più della mera somma di molte scelte individuali). Ma scelta individuale non è affatto uguale a scelta in solitudine, e men che meno a scelta per la solitudine. La mia scelta può essere aperta ai consigli degli altri, alle loro critiche, alle loro offerte d’aiuto, alle loro richieste di riconsiderare la questione, persino – in qualche misura – alle loro suggestioni e ai loro influssi, senza cessare per questo di essere perfettamente libera (per quanto può esserlo una scelta umana); purché rimanga sempre la mia scelta, quella con cui mi determino da me. E l’oggetto della mia scelta non sarà necessariamente una vita solitaria: al contrario – siamo animali sociali, in fondo – riguarderà più spesso che no le mie amicizie, i miei amori, i partiti (le chiese, i movimenti, i circoli) cui aderisco. Una scelta può perfino, come nel caso di Kerrie Wooltorton (ammesso che la sua sia stata davvero una scelta consapevole: il dubbio rimane), consistere tragicamente nel non voler morire da soli. Se i medici le avessero detto di no, quali alternative avrebbe verosimilmente avuto Kerrie? Di finire istupidita dai farmaci, isolata in un reparto di ospedale psichiatrico, o di morire con un sacchetto di plastica stretto attorno al collo nella solitudine della sua stanza. Autodeterminazione non è necessariamente sinonimo di solitudine; il suo opposto lo è quasi sempre.
Nel finale dell’articolo, sembra quasi che una possibile soluzione al tragico evento possa essere ridurre il potere giuridico del living will, dando ai medici la possibilità di ignorare le volontà del malato – il che avrebbe probabilmente salvato la vita a Kerrie, ma certo non l’avrebbe fatta sentire meno sola.
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domenica 4 ottobre 2009
Prevedibile come il sorgere del sole
Una deliziosa poesiola (purtroppo intraducibile) sulla prevedibile accoglienza che i creazionisti riserveranno – anzi: che stanno già riservando – ad Ardi, il fossile di Ardipithecus ramidus che è la nuova star fra i nostri lontani antenati («Ardi, You Gorgeous Creature!», The Digital Cuttlefish, 2 ottobre 2009):
It’s predictable as sunrise; it’s predicable as tide;Tempo pochi giorni, e la potremo applicare pari pari ai creazionisti di casa nostra...
As the evidence is published, it is just as soon denied.
“It’s the fossil of a monkey!” “Hey, my brother’s also short!”
“There is nothing in the Bible that’s denied by this report!”
“Evolutionist conspiracy!” I cannot list them all,
As if Ardi acts as proof there was Creation, and then Fall.
There will never be a fossil found to calm the silly storm,
That’s accepted as example that’s transitional in form.
The specimens were numerous, but never quite enough –
Unless you’ve found “the missing link”, they’re gonna call your bluff.
Our family tree has changed again, as many times before;
Each fossil was disputed in its turn, so what’s one more?
How comforting – there’s one thing that’s consistent from the start:
Creationists and ignorance will never, ever part.
sabato 3 ottobre 2009
Ci pensa Rondoni
Cosa spinge Davide Rondoni («Quando si muore non si muore soli», Il Sole 24 Ore, 2 ottobre 2009, p. 1) a definire l’autodeterminazione come una «parola algida, filosoficamente debole e per certi aspetti comica»? L’affermazione è impegnativa; il modo in cui viene giustificata lo è un po’ di meno:
[Autodeterminazione è una] parola che nella vita reale non indica niente di veramente reale. Non ci autodeterminiamo in niente, mai. Nemmeno decidiamo quando nascere e come siamo fisicamente fatti. E nemmeno il nostro carattere. Nemmeno di chi ci innamoriamo. O cosa ci addolora. O se ci piacciono di più i fichi o le fragole. Nemmeno come saranno i nostri figli per quanto possiamo programmarli. Non ci autodeterminiamo in niente – accettiamo addirittura che le leggi dello stato entrino nella nostra vita pesantemente in molti campi: il fisco, il codice della strada, i confini della proprietà...Una prima cosa che salta all’occhio è la stranezza di un cattolico – a quanto ne so Rondoni, noto editorialista di Avvenire, è tale – che apparentemente non crede al libero arbitrio. L’impressione (confermata anche da altri esempi) è che gli integralisti cattolici abbiano sviluppato negli ultimi tempi una sorta di eclettismo ideologico: per giustificare le loro vedute fanno man bassa negli scaffali della storia delle idee, senza andare troppo per il sottile. Il fatto ha delle implicazioni interessanti per quello che riguarda la caratura culturale dell’integralismo, ma non è il caso di soffermarvisi adesso; così come non è nemmeno il caso di esaminare la tenuta logica della concezione rondoniana della libertà umana. Prendiamo per buona la sua visione del servo arbitrio; cambia qualcosa per i difensori dell’autodeterminazione? La risposta, naturalmente, è no. L’autodeterminazione non è – non principalmente, almeno – una tesi metafisica sulla libertà umana; è invece una massima pratica che impone di rispettare le scelte degli individui quando queste non ledano i diritti degli altri. Qui non importa realmente da dove vengano le nostre preferenze in materia di partner sentimentali o di frutta e verdura – purché si possa dire che quelle preferenze siano comunque, per il senso comune, preferenze nostre. Sarà anche vero che X si è innamorato di Y perché gli ricordava inconsapevolmente la sua prima bambinaia, o che a Z non piacciono le mele perché da piccino ci ha trovato un verme; queste sono comunque le loro preferenze, e il rispetto per la loro autodeterminazione consiste – per esempio – nel non costringere X a lasciare Y perché non è socialmente alla sua altezza, o nel non obbligare Z a mangiare mele perché «una mela al giorno leva il medico di torno». Consideriamo anche gli altri esempi dell’elenco di Rondoni (escluso ovviamente quello della nascita: vacuo paradosso, visto che la condizione necessaria per scegliere qualcosa è di esistere preliminarmente). Noi non scegliamo come siamo fatti fisicamente, è vero, ma neanche permettiamo a chicchessia di modificarci i connotati perché offendono il suo senso estetico; non scegliamo il nostro carattere, ma ci opponiamo ad essere portati da uno psichiatra solo perché qualcuno ci trova troppo timidi o troppo espansivi; non scegliamo cosa ci addolora, ma pretendiamo che nessuno ci costringa con la forza a riderne; non possiamo programmare in tutto i nostri figli, ma non tolleriamo che ci provino altri; e così via.
Rondoni aggiunge anche altre considerazioni. Per lui gli uomini di oggi «hanno ansia di autodeterminarsi di fronte al potere dello stato, perché tra ognuno di loro e lo stato non c’è più nessuno di cui si fidano, nessuno a cui affidarsi»; ci sono «solo l’individuo e lo stato. Nessun altro, nei momenti che contano». Ma chi dovrebbe esserci, invece, per Rondoni? La risposta alla domanda è complicata e anche abbastanza interessante. Inizialmente il nostro dà questa risposta:
Non ci sarebbe bisogno, in un mondo di uomini non soli, di fare il testamento a cui lo stato e i suoi rappresentanti si devono attenere per la mia buona morte. Ci penserebbero i miei cari, i medici scelti da me o da loro. Stabilendo con libertà e responsabilità quando la cura diviene accanimento.Questo è sorprendente, per almeno due motivi. Per prima cosa, come mai se io non mi posso autodeterminare, è invece concesso alla mia famiglia e ai medici di determinare me? Non valgono anche per loro i (presunti) limiti alla libertà personale che Rondoni identificava? Secondo: in un caso notissimo e recente, mi sembrava di ricordare che Rondoni non fosse stato precisamente a favore che «a pensarci» fossero i familiari della persona in questione e «i medici scelti da loro»...
Rondoni deve essersi reso conto, mentre andava avanti a scrivere, della contraddizione; ecco dunque che qualche rigo più sotto i familiari (nonché «i medici scelti da loro») sono discretamente spariti:
Se poi la comunità medica è per la maggior parte propensa a pensare che l’alimentazione e l’idratazione artificiali non sono pratiche terapeutiche accanite, mi sembra naturale che questa legge […] rispetti tale convinzione.E se invece la comunità medica fosse per la maggior parte non propensa? Beh, è semplice: puff!, sparisce anch’essa. Prosegue infatti Rondoni:
Ma se anche fosse una minoranza di medici, beh, l’amore e il rispetto della vita, porterebbe comunque ad essere cauti nel dare via a una legge che in sostanza direbbe: se la vita ti è divenuta insopportabile trova uno con il distintivo di dipendente dello Stato che sia disposto a ucciderti e nessuno ha diritto di intervenire.Ed ecco che così l’individuo si ritrova di nuovo da solo, davanti a uno Stato che non vuole promulgare leggi avventate...
O forse no: perché il problema, conclude Rondoni, è «come si pensa a sé, vivi o moribondi. Soli o insieme a qualcuno che amiamo e che ci vuol davvero bene». E che Davide Rondoni ci voglia davvero bene, più di familiari e medici troppo propensi a compiacerci, è cosa certa: su di lui potete contare. Magari non sarà presente fisicamente mentre un infermiere vi caccia un sondino su per il naso, ma di sicuro assisterà in spirito.
venerdì 2 ottobre 2009
Marcello Pera e i diritti
Marcello Pera torna sulla tesi che gli è più cara: nella relazione introduttiva a un convegno tenutosi presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma, ripresa in parte dall’Osservatore Romano («I diritti umani? Prima non c’erano», 1 ottobre 2009, p. 4), sostiene che «l’idea dell’uguaglianza di tutti gli uomini rispetto ai loro diritti» dipende dalla «legge morale cristiana», per la ragione che «nel cristianesimo, e più in generale nella tradizione biblica, l’uomo è creato a immagine di Dio. E se l’uomo rispecchia Dio fino a essere fatto come lui, allora ogni uomo è una persona, è figlio di Dio, fratello di ogni altro uomo, membro della stessa famiglia». Ne segue che «se si toglie la morale cristiana, si toglie anche il fondamento dei nostri Stati liberali», e «senza quel fondamento, si mette a rischio lo stesso Stato liberale e secolare. Esso diventa una cittadella senza guarnigione: come si potrebbe sostenerlo e difenderlo?». Conclude Pera che «se il secolarismo oggi nega qualunque rapporto fra politica e religione, nega anche il fondamento di quella stessa tolleranza che vuole promuovere e finisce col distruggere se stesso».
Nel suo rozzo schematismo la tesi di Pera è ovviamente da rigettare: la creazione dell’uomo a immagine di Dio non è condizione sufficiente a spiegare la moderna dottrina dell’uguaglianza dei diritti, visto che almeno 1600 anni separano quest’ultima dalle prime formulazioni della morale cristiana, e ancor di più dal primo racconto biblico della creazione. La stessa tradizione biblica, che è molto più varia di quanto alcuni possano pensare, ospita non solo apprezzabili professioni di universalismo, ma anche pagine di crudo particolarismo. Il fatto che la prima parola a essere storicamente traducibile con «uguglianza di fronte alla legge» sia isonomia, che è una parola greca, dovrebbe indurre a qualche riflessione: è vero, donne, schiavi e barbari non facevano parte di quella comunità di uguali, ma la concezione sottostante era fortemente dinamica, dato che nel volgere di pochi anni aveva condotto all’inaudita estensione dei diritti ai nullatenenti di Atene.
Inoltre, la circostanza che la riscoperta umanistica della civiltà greca abbia preceduto di poco le prime formulazioni dell’uguaglianza dei diritti (nonché del moderno metodo scientifico) ha molte meno probabilità della nascita dei diritti in terra cristiana di essere una mera coincidenza, checché ne pensino quanti sembrano ignorare che post hoc, ergo propter hoc è una fallacia logica, non un principio dell’indagine razionale.
Ma la creazione dell’uomo a immagine di Dio non è forse neppure condizione necessaria per spiegare la moderna uguaglianza dei diritti: si pensi soltanto al pensiero di un Seneca, che nelle Lettere a Lucilio poteva scrivere «Considera che costui, che tu chiami tuo schiavo, è nato dallo stesso seme, gode dello stesso cielo, respira, vive, muore come te!» (come qualche ottimista cerca ancora di spiegare a un pubblico chiaramente refrattario), tanto che la tradizione cristiana ha poi tentato di sminuire l’imbarazzante precedente creando dal nulla un’immaginaria corrispondenza del filosofo con San Paolo. Nel contesto umanistico del ritorno all’antico queste idee possono avere avuto un influsso potente. Con il che non si vuole comunque negare il ruolo delle tradizioni bibliche nella nascita del pensiero moderno dei diritti, ma solo mostrare che quel ruolo non è stato probabilmente né unico né insostituibile.
Ma ammettiamo pure, per amore di discussione, che Pera abbia ragione. Cosa ne dovremmo dedurre? Dovremmo fare nostre anche le sue conclusioni sulla promozione della morale cristiana? Vediamo.
Il punto chiave è lo status della «legge morale da cui dipende la cultura dei diritti umani», per usare la terminologia di Pera. Si tratta di un’evidenza di ragione, fondata per esempio sulla constatazione empirica di una sostanziale uguaglianza in certi attributi (autocoscienza, capacità di provare dolore, interesse a vivere) e su un principio razionale di economia che ci imponga di trattare allo stesso modo chi è uguale? In questo caso potremmo dire che la tradizione biblica ha scoperto (assieme eventualmente ad altre tradizioni) un principio indipendente, non che lo fonda. E per comprendere e aderire a quel principio sarebbe allora del tutto superfluo immedesimarsi in tutto e per tutto con coloro che lo hanno scoperto, così come per capire la teoria della relatività speciale è inessenziale essere dei giovani ebrei tedeschi, farsi assumere dall’Ufficio Brevetti di Berna e imparare a suonare il violino.
O si tratta invece di un’ideologia storicamente determinata, che non ha nessuna esistenza indipendente dai gusti e dagli interessi contingenti di chi la propugna? Questa è la tesi del relativismo radicale (ed è curioso che sembri essere anche la tesi di Marcello Pera, che contro il relativismo tuona ogni tre per due; che non si sia accorto della contraddizione?); tesi opposta a quella precedente, ma non nelle conclusioni. Infatti, in assenza di un principio astorico razionale, in nome di che cosa dovremmo opporci alla fine della morale cristiana e, con essa, nell’ipotesi, alla fine dell’ideologia dell’uguaglianza dei diritti? Le nostre preferenze ovviamente cambierebbero di conseguenza – anzi, secondo chi la pensa come Marcello Pera sarebbero già cambiate: il nichilismo sta già avanzando, e l’eugenismo, e la mentalità eutanasica... Perché opporre resistenza al flusso della storia (cosa sempre scomoda e pericolosa) se ammettiamo che le nostre preferenze sono storicamente determinate? Ancora un attimo, ed esse saranno diverse: opprimeremo con gioia i deboli e schiacceremo con gusto gli inferiori. Certo, la prospettiva sarebbe diversa per questi ultimi (e per gli inguaribili nostalgici del passato), che avrebbero tutto l’interesse a mantenere la «vecchia» uguaglianza dei diritti; ma neppure per loro seguirebbe la necessità di aderire alla morale cristiana. Perché stare a cincischiare con fondazioni indirette dell’uguaglianza, infatti, quando sono in gioco interessi vitali? Che bisogno ha, il malato congenito, di riandare al racconto della creazione, quando (nell’ipotesi) ciò che lo motiva è la propria volontà di salvare la pelle ed evitare l’iniezione letale?
Si potrebbe obiettare che questa dicotomia è un po’ troppo schematica; che, per esempio, i diritti umani si basano sì su un imperativo categorico autonomo, ma che ciò non basta – specie presso le masse più riottose – a far sì che quest’ultimo sia seguito e praticato con coerenza. In questo caso la religione diventa per così dire instrumentum regni, e aiuta a perseguire l’ideale in sé giusto dell’uguaglianza, fornendo motivazioni più immediate e comprensibili.
Qui la risposta non può più rifarsi a ragionamenti di principio, ma deve appellarsi a un criterio squisitamente empirico: è vero o no che la morale cristiana aiuta il progresso dei diritti? Nel nostro paese la morale cristiana è identificata in genere con l’insegnamento della Chiesa; ci chiederemo allora: la Chiesa è stata ed è a favore dell’uguaglianza dei diritti degli omosessuali? La Chiesa è stata storicamente la forza propulsiva dietro le richieste del movimento delle donne? La Chiesa ha favorito le richieste di uguaglianza giuridica delle varie classi subalterne che si sono succedute, dalla Rivoluzione Francese fino a oggi? Lascio la risposta a Marcello Pera, nel pezzo che stiamo qui commentando: «non è un’obiezione che la Chiesa cattolica abbia impiegato quasi due millenni per proclamare formalmente i diritti umani, o che molti prelati di casa nostra pongano ancora mano all’aspersorio al solo sentir parlare di liberalismo […]. Il punto è concettuale». Tutto giusto – tranne per il fatto che il punto, qui, come abbiamo appena detto, non è concettuale ma empirico. E qui la Chiesa fallisce; fallisce miseramente. Il 20 giugno 1866, in risposta ai dubbi di un vicario apostolico in Etiopia, il Sant’Uffizio rispondeva che, a certe condizioni, «non ripugna al diritto naturale e divino che un servo sia venduto, comprato, scambiato, donato». Nel 1866, non nell’Alto Medioevo.
Lascio aperta la possibilità che una fede cristiana non confessionale, indipendente o perfino opposta alle Chiese organizzate, possa comunque essere d’appoggio alla causa dell’uguaglianza dei diritti; il futuro, sempre più secolarizzato (almeno fuori d’Italia) ce lo dirà. Ma certo non è a questo che si riferiva Marcello Pera; si può stare sicuri che l’Osservatore non gli avrebbe altrimenti pubblicato la relazione...
mercoledì 23 settembre 2009
Slow Food non lo mando giù
Luca Simonetti (noto nella blogosfera come Karl Kraus) ha scritto una critica devastante dell’ideologia di Slow Food, il movimento fondato da Carlo Petrini per la riscoperta dei sapori «tradizionali». In 31 pagine ricchissime di citazioni, Simonetti mette in luce il carattere essenzialmente reazionario di un pensiero che serve da copertura a una sinistra affluente, desiderosa di consumi di lusso ma anche ansiosa di dar loro una giustificazione ideologica, e al tempo stesso ignara (e forse disinteressata) dei destini e dei bisogni reali delle masse contadine del mondo.
[I]l ritratto della vita dell’uomo-slow è quella di un signore benestante e fornito in abbondanza di tempo libero. Il modo in cui questo signore è divenuto quel che è, a S[low ]F[ood] non interessa, lo riceve come già dato, lo presuppone. Il fatto che i mezzi che consentono all’uomo-slow di esercitare il suo gusto, i suoi sensi, il suo amore per la ‘lentezza’ possano provenirgli, come di fatto spesso accade, proprio dall’esercizio delle attività ‘diaboliche’ della velocità, dell’industrializzazione, dell’omologazione, insomma del capitalismo, è qualcosa che a SF non viene neppure in mente. Così come non immagina affatto che un simile modo di vita non sia proponibile al di sotto di un determinato livello di reddito, e come tale quindi non possa costituire il fondamento di un ‘nuovo modello di sviluppo’, presupponendo, al contrario, lo sviluppo proprio come di fatto già avvenuto. Questo mettere fra parentesi i processi reali, concreti, questo completo oblio o travisamento dello sviluppo storico reale, è tipico dell’operazione ideologica così come vien definita fin dai tempi di Marx […] attribuire alle società preindustriali, ‘arretrate’ o peggio primitive, la lentezza e il tempo necessario per pensare ecc., è una pura mistificazione. Sono proprio le società ‘sviluppate’ quelle che possono permettersi di ‘perdere tempo’, in quanto gli aumenti di produttività (altra parolaccia, su cui il manifesto di SF, come si è visto, scagliava anatemi) consentono ad esse di produrre maggior reddito in tempi minori. Sono in realtà proprio le società tradizionali, pre-industriali, ‘sottosviluppate’ quelle che dedicano la maggiore quantità di tempo alla produzione del reddito, quelle più ossessionate dalla produzione, nonché quelle che sfruttano più spietatamente le risorse naturali mettendo più a repentaglio l’ambiente. Ma anche questo punto, che pure non è del tutto ignoto a SF, viene sistematicamente taciuto nei suoi tentativi di elaborazione teorica.Da leggere tutto: anche per portare alla luce, fra tante scorie, le cose buone – qualcuna c’è – che Slow Food ha prodotto.
Il risultato allora è fatalmente la denigrazione o anzi negazione del progresso, che in SF si coniuga con l’elogio delle ‘piccole’ comunità locali e la rivalutazione delle tradizioni ataviche e secolari. Neanche questa è una novità: il pensiero reazionario, da Herder in poi, ha sempre insistito sull’imprescindibilità del legame coi luoghi, perché è solo nella dimensione locale che le ‘tradizioni’ possono sopravvivere, e perché solo l’ancoraggio al concreto, al particolare garantisce dagli attacchi che il razionalismo illuminista muove alle istituzioni della società tradizionale. Ma il paradosso è che le “tradizioni” a cui si richiama SF, cioè quelle locali, sono, nella quasi totalità, fenomeni quanto mai recenti, frutto della irrimediabile scomparsa della civiltà contadina preindustriale e, nello stesso tempo, tentativi ideologici di ovviare alla loro scomparsa mettendo al loro posto una “civiltà contadina” e una “campagna” idillico-pastorali del tutto artificiose. La finalità di questa operazione è, storicamente, quella di quietare le ansie della nuova classe egemone trasportando in un passato remoto gli ideali di pace, tranquillità, armonia che essa faticava a trovare nel presente. È difficile negare che il passato idillico a cui SF si richiama (e che non è mai esistito) fosse un passato nel quale le differenze di classe e di sesso erano soverchianti, in cui la mobilità sociale era sostanzialmente inesistente, in cui la quasi totalità della popolazione mancava del cibo in quantità sufficiente, e che la fine di questo sistema – profondamente iniquo ed oppressivo – è dovuta proprio alla vittoria di quel progresso tecnico e a quella crescita economica che SF ritiene responsabile di ogni male.
In questo lavoro ho quindi cercato di enucleare i principali “miti” costitutivi dell’ideologia di SF: le idee di natura, di tradizione, di limite, la critica del progresso e la diffidenza per la scienza, l’elogio del ruolo tradizionale della donna, il legame con la terra e con i luoghi – il semplice elenco sembra piuttosto eloquente. Lo stratagemma che consente a SF, così come ad altre ideologie politiche contemporanee, di presentare questa posizione come “progressista” consiste nel collegare la critica dello sviluppo economico, del progresso scientifico e tecnico e dell’industrializzazione – critica che di per sé è antichissima, avendo accompagnato la Rivoluzione Industriale fin dal suo sorgere – alla critica dell’imperialismo e dell’etnocentrismo da un lato, e dall’altro alla critica del consumismo e della cultura di massa (una posizione quest’ultima del resto assai vicina alla cultura cattolica contemporanea più conservatrice).
















