venerdì 17 maggio 2013

Il Minnesota approva la legge sui matrimoni per persone dello stesso sesso, l’Italia resta immobile


Photo by Justin Sullivan/Getty Images

Mentre il Minnesota sta per approvare una legge sui matrimoni senza discriminazioni, Maurizio Sacconi ci mette in guardia sul rischio di sposare il gatto di casa. O quello randagio?

Il Minnesota è vicino all’approvazione di una legge sui matrimoni per persone dello stesso sesso. Sarà il dodicesimo stato degli USA e la parola definitiva sarà detta il prossimo lunedì.
La cosa non dovrebbe nemmeno essere giustificata, piuttosto il contrario.
È una questione di giustizia e di uguaglianza, che non toglierebbe nulla a nessuno. Il divieto, invece, esclude alcune persone dall’accesso ad alcuni diritti in base alle preferenze sessuali: posso sposare Francesco, ma non posso sposare Francesca. A meno che – come di recente è stato stabilito – io non sia un parlamentare e allora ancora non posso sposarmi ma posso usufruire dell’assistenza sanitaria (e quello che non va bene non è che vi siano più diritti, ma che non siano validi per tutti. Cioè che il more uxorio valga solo in un certo luogo e non in un altro).
L’analogia più potente è quella con il divieto di matrimoni interrazziali d’un tempo e con i presunti argomenti di chi vi si opponeva in nome di qualche sacralità da rispettare. Argomenti che oggi si ripetono meccanicamente contro l’uguaglianza e che sono ridicoli. Dalla famiglia “tradizionale” a quella “naturale” il campionario di invocazioni è abbastanza vario, ma sostanzialmente animato dallo stesso scheletro: la discriminazione. Superfluo sottolineare che se io potessi sposare Francesca non minaccerei il tuo matrimonio, né il tuo celibato, né la tua indecisione.

Mentre in Minnesota legiferano sull’uguaglianza, qui in Italia si svolge la “Giornata internazionale della famiglia 2013” (Roma, Palazzo Rospigliosi). Dal sito si può leggere che “La giornata, organizzata dal Forum delle Associazioni Familiari in collaborazione con la Fondazione Roma Terzo Settore, sarà approfondita attraverso l’intervento di numerose personalità provenienti da istituzioni, parti sociali e imprenditoriali sviluppandosi attraverso due momenti di confronto” (il programma completo lo si può scaricare alla fine della pagina).
A leggere chi sono gli organizzatori si ripensa immediatamente al Family Day – quella celebrazione un po’ buffa un po’ surreale della Famiglia con la F, che potrebbe avere come slogan “di Famiglia ce n’è una, tutte le altre son nessuno”, e la Famiglia è quella che dicono loro: moglie geneticamente femmina (XX), marito geneticamente maschio (XY), prole possibilmente numerosa e concepita senza diavolerie tecniche.
E basterebbe guardarsi intorno per rendersi conto della varietà dei modelli familiari e della vacuità del modello unico, manco fosse un odioso balzello.
Più di tanti ricordi e discorsi, a essere sintomatico della palude in cui ci troviamo sono le parole di Maurizio Sacconi, già indimenticabile per le sue dichiarazioni su Eluana Englaro quando era ministro del Welfare, firmatario di un atto che rendeva illegale sospendere la nutrizione artificiale, nonostante la decisione del giudice, e che ha avviato un’indagine per violenza privata.
Sacconi fa anche riferimento all’assicurazione sanitaria tra le mura della Camera dei deputati – “non mi straccio le vesti perché rispetto le relazioni affettive”, ci rassicura. Però – c’è sempre un però – invoca le conseguenze di una decisione del genere al di fuori, ovvero se dovessimo replicare quel modello di uguaglianza anche tra i non deputati, pensione di reversibilità compresa (e tasto dolente sul piano della spesa pubblica).
“La difesa dell’unicità dell’istituto matrimoniale è la difesa del nostro modello sociale”, chiarisce. E questa è l’unica obiezione comprensibile (non giusta, perché sarebbe la giustificazione del mantenimento di una discriminazione, ma almeno si capisce che se apriamo i confini servono più soldi e già di soldi non ce ne sarebbe abbastanza). Ma Sacconi si spinge oltre, affermando che è giusto riconoscere “come dice la carta costituzionale solo la famiglia naturale, la società naturale”.
E questo è davvero semplicistico e forzato, perché presuppone l’interpretazione della famiglia “naturale” come quella che dice lui, l’automatica esclusione delle altre e l’impossibilità di un cambiamento sociale (dell’articolo 29 della Costituzione, che parla di “coniugi” senza nominarne il sesso, si può leggere qui).
Poi ribadisce la necessità che nella dimensione pubblica vi sia una “promozione dei principi etici della tradizione” – e mi piacerebbe sapere a quale tradizione fa riferimento, perché di per sé la tradizione non è né buona né cattiva, ma solo ciò che è accaduto per un certo periodo di tempo. La tradizione a lungo è stato il matrimonio riparatore o l’istituto della dote – di cui non c’è da andare fieri.
In conclusione, dopo un accenno alla famiglia come scheletro del welfare e delle imprese (“modello di capitalismo familiare, che affronta le fatiche dello startup come nessuno mai“), ecco un’amara constatazione di Sacconi, o meglio un avvertimento: “del resto il catalogo (le fattispecie di famiglie possibili, nda) è completo, mancano solo gli animali”.

Fanpage, 16 maggio 2013.

mercoledì 15 maggio 2013

Angelina Jolie e i dilemmi etici di Michela Marzano



Lo sanno tutti che cosa Angelina Jolie ha deciso di fare e perché. Il suo editoriale di ieri sul New York Times, My Medical Choice, è chiarissimo anche riguardo ai dettagli medici. Inizia così: “My mother fought cancer for almost a decade and died at 56”. Quando i figli le chiedono cosa sia successo alla nonna, Jolie deve spiegare loro la malattia che l’ha fatta morire e poi rassicurarli che no, a lei non succederà. Ma non è proprio così, a causa della mutazione del gene BRCA1, responsabile di aumentare la percentuale di rischio di sviluppare un tumore: 87% per quello al seno, 50% per quello alle ovaie. Una volta conosciuta la situazione, Jolie decide di sottoporsi a una mastectomia preventiva e lo scorso 27 aprile si chiudono i tre mesi previsti per le procedure mediche necessarie. In questo periodo Jolie ha mantenuto un’assoluta riservatezza, ma ora ha deciso di parlarne sperando che possa essere utile alle altre donne.
“Posso dire ai miei figli che non devono aver paura di perdermi per colpa di un cancro al seno. È rassicurante che non vedano altro che le mie piccole cicatrici, tutto qui. Il resto è solo Mamma, la stessa di sempre. E sanno che li amo e che farò di tutto per stare con loro il più a lungo possibile. Sul fronte personale, non mi sento in alcun modo meno donna. Mi sento rafforzata dall’avere preso una decisione importante che non diminuisce affatto la mia femminilità” (sulla questione tornano in tanti, tra cui Maureen O’Connor su The Cut – New York Magazine, Angelina Jolie: Breasts don’t define Feminity e Eleanor Barkhorn su The Atlantic, Angelina Jolie Is Still a Woman – il titolo arriva direttamente dalla domanda di Erin Brockovich/Julia Roberts dopo avere subito mastectomia e isterectomia: “non ho più il seno e l’utero, sono ancora una donna?”).

Dicevo, tutto chiarissimo. Ciò che non è chiaro è per quale ragione non possiamo fare a meno di commentare – voglio dire, non solo nella nostra testa, quello più che commentare è reagire con la paura egocentrica e immediata del “se succedesse a me”. Ma la necessità di dire pubblicamente cosa ne pensiamo, atteggiandosi a pizie serissime, è un’altra storia.
E se potrebbe essere utile aggiungere informazioni sul quadro clinico e sul significato di quella che è una diagnosi predittiva e della conseguente decisione preventiva – come fa per esempio Anna Meldolesi – oppure provare a valutare gli effetti di questo racconto (saggiamente informativo o pericolosamente imitativo?), rischia di sembrare ridicolo caricare questa storia di giudizi e di valutazioni “etiche” adatti a tutte le stagioni, a volte espressi senza capire nemmeno di cosa si stia blaterando.
Il caso forse più fascinoso – ma può essere che io mi sia persa esempi migliori – è il commento telefonico rilasciato da Michela Marzano a la Repubblica.
A cominciare dal titolo – Jolie, Marzano: “Il rischio vero è di non riconoscersi più” – ma, si sa, i titolisti a volte si lasciano prendere la mano e messa così sembra un problema di scambio di persone, tipo che Jolie s’è risvegliata nel corpo di Marzano e non se ne capacita. Tuttavia questa volta il titolo è didascalicamente preciso ed evocativo di sapori e atmosfere alla Philip K. Dick o altra fantascienza di trasferimenti corporali meno nota.
Si comincia con “Angelina Jolie è conosciuta mondialmente non solo come attrice, ma anche, e forse soprattutto, come donna autonoma”. Come donna autonoma? “Ma allora – incalza Marzano, spingendoci immediatamente in un angolo – si tratta di un gesto di autonomia personale?”
Non è chiaro se il significato di autonomia sia tecnico, esistenziale o verosimilmente entrambi e mischiati, e non è nemmeno chiaro in che modo potremmo provare a rispondere o perché dovrebbe interessarci farlo.
Confidiamo nel seguito che riguarda “un gene difettoso – ma che cos’è un gene difettoso? Si può davvero arrivare a minimizzare il rischio? In realtà questo tema dei geni difettosi è un tema molto complesso”, e se speri che qui vi sia qualche spiegazione ti sbagli (nella stessa giornata c’era “un gene che usciva dal corpo” di una neonata cui era stata diagnosticata la trisomia 21 – doveva esserci qualcosa nell’aria, ieri).

Il meglio deve ancora arrivare però, il meglio è il dilemma etico (in fondo Marzano non è una genetista, ma questo – il dilemma etico – dovrebbe essere il suo territorio): da un lato si vuole minimizzare, dall’altro “agendo in maniera così invasiva sul proprio corpo si mette a rischio quella che è la propria identità personale, si modifica in maniera radicale il proprio corpo”.
Qui viene il dubbio che Marzano non abbia davvero idea della procedura medica nella sua completezza, e che nella sua testa permanga l’immagine dell’asportazione dei seni, quella iconografia da manuale degli orrori, tubi cicatrici e spazio mancante (lì dove prima c’era il tuo seno – e anche in questo caso l’identificazione seno/identità non è proprio automatica). E Jolie l’aveva scritto chiaramente: “They can see my small scars and that’s it. Everything else is just Mommy, the same as she always was. And they know that I love them and will do anything to be with them as long as I can. On a personal note, I do not feel any less of a woman.” E aveva anche aggiunto che l’avanzamento nelle tecniche ricostruttive ti permette di avere risultati molto soddisfacenti, anche dal punto di vista estetico (“the result can be beautiful”).
Chissà cosa pensa Marzano degli effetti di una malattia sull’identità personale, o del terrore di svilupparla – soprattutto quando è un terrore fondato. Chissà cosa pensa di quando ci si tinge i capelli, si dimagrisce o si ingrassa, si invecchia. Capisco che il tema sia affasciante – è forse uno dei più affascinanti – ma tirare fuori l’identità personale in questo modo è come tirare fuori un asso da una manica e poi non giocarselo.
Non abbiamo ancora finito perché c’è un monito definitivo, un avvertimento che va ben oltre il caso da cui siamo partiti. “Attenti – conclude Marzano – perché siamo oggi di fronte all’ideologia di credere che si possa esercitare un controllo su se stessi, sul proprio corpo e sulla propria salute. Certo i rischi diminuiscono quando ci si fa asportare, ma si arriva veramente al rischio zero?”
Per fortuna Marzano ci rassicura: no, il rischio zero non esiste, questo almeno ce lo risparmia. “Ma rischi di non riconoscerti davanti allo specchio”, e torno a chiedermi cosa immagina Michela Marzano, una Venere di Milo cui manchino entrambi i seni invece delle braccia?
“Il corpo non è semplicemente un oggetto che si può cambiare. Non c’è vita senza salute. La salute non la si può controllare, non fa parte delle merci, di quel bagaglio di controllo. Il corpo non è semplicemente un oggetto in nostro possesso.”
A parte questa storia del corpo e degli avvertimenti che lo riguardano, a parte questa rimasticazione del “corpo non come oggetto, non in nostro possesso” (chissà di chi è il nostro corpo), qualcuno dovrebbe ricordare a Marzano che la vita c’è anche quando la salute non c’è e che va pure bene pontificare, ma perché non provare a prendere meglio la mira?

martedì 14 maggio 2013

Essere conosciuta mondialmente come donna autonoma


La 194 compie 35 anni

La Casa Internazionale delle Donne e Fandango organizzano un incontro a Roma presso la Casa il prossimo 22 maggio alle 17.30.



domenica 12 maggio 2013

Chi ci marcia sulla Marcia per la Vita



Oggi a Roma si è svolta la terza edizione della Marcia per la Vita. Obiettivo: eliminare la legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza.

L’appuntamento è per le 8 di questa mattina al Colosseo. Io arrivo verso le 9 e ci sono alcune persone davanti all’uscita della Metro B, lungo via dei Fori Imperiali e intorno all’Anfiteatro Flavio. Nei minuti successivi continueranno ad arrivare in tanti e da varie direzioni.
C’era chi distribuiva pettorine gialle per invitare a firmare la petizione “L’embrione è uno di noi”, chi offriva scarpine di maglia in vari colori e troppo piccole anche per il più minuto dei neonati in cambio di un’offerta libera, chi sventolava una bandiera, chi preparava gli striscioni che entro qualche minuto sarebbero stati innalzati su manici di scopa.
Un po’ più tardi del previsto (9.30) il corteo è partito incanalandosi lungo via dei Fori in direzione di Piazza Venezia. La via era ristretta da vari allestimenti sportivi – perlopiù reti da pallavolo – e fino all’angolo con via Cavour le persone sono passate sul lato sinistro per poi allargarsi nella parte finale. La Marcia è poi stata diretta verso via delle Botteghe Oscure, largo di Torre Argentina, corso Vittorio Emanuele per poi girare verso ponte Sant’Angelo e arrivare sullo spiazzo di fronte a via della Conciliazione. La destinazione finale era San Pietro e la fine dell’Angelus.

Oltre ai nomi delle associazioni o agli apodittici “No all’aborto”, le scritte andavano da “L’aborto non è un diritto ma un delitto!” a “Non sono un fatto politico. Non sono un’invenzione della Chiesa. Sono un bambino guardami!! (con un’immagine di un feto che si ciuccia il pollice)”, da “La vita inizia col concepimento” a “Salviamo le mamme e i bambini” – perché non è mica soltanto il nascituro a dover essere salvato, ma anche la donna, poco in grado di decidere e di capire che interrompere una gravidanza non è solo inammissibile moralmente ma è da autolesionista. Al richiamo ontologico si somma quello paternalistico: vogliamo impedirtelo per il tuo bene, non solo perché è sbagliato.


Camminando tra le persone e tra simili cartelli, si potevano sentire anche slogan simili urlati con o senza l’aiuto di un altoparlante, qualche volta coperti dalla banda in testa al corteo. “Ogni aborto è un bambino morto!”. Oppure: “Dal Colosseo dei martiri, ai papi di San Pietro! La marcia per la vita non torna indietro!”, “Ateo o credente non importa niente! A morire è sempre un innocente!”,Donna che hai abortito, per te non è finita. Vieni insieme a noi, e marcia per la vita!”.

La retorica “prolife” è fondata su malintesi e punta a suscitare reazioni immediate, poco importa se gli strumenti sono oppressi da fallacie e dalla disattenzione verso le conseguenze. Come l’identificazione tra “embrione” e “bambino”, o come il richiamo all’omicidio e al genocidio (coerente conseguenza ammessa la premessa, ma discutibile se la premessa rimane sospesa). È il caso di un cartello sorretto da una bambina con la scritta in stampatello: “Se fossi nata in Cina sarei morta piccolina. Sono felice di essere nata”. Sotto alla scritta dodici infanti con i fiocchi alternati rosa e azzurri. Oppure la scritta “Basta genocidi silenziosi” (mi auguro che anche eventuali genocidi non silenziosi non vadano bene).
Oltre agli slogan in tema, c’era anche un cartello su Eluana Englaro, “Vittima innocente dell’eutanasia. Voleva e doveva vivere”. Se avessimo ancora qualche dubbio, la questione non è tanto – o almeno non solo – la difesa degli embrioni, ma il controllo delle decisioni che le singole persone potrebbero esercitare. Per dirla con uno slogan: “Vogliamo difenderti dagli altri e poi da te stesso, dal concepimento alla morte naturale”. E non importa se non è chiaro perché qualcuno dovrebbe venirci a dire se e come morire, non importa se il richiamo al “naturale” non ha alcun senso (quale sarebbe una morte naturale?, e perché qualcosa che è naturale dovrebbe essere preferibile intrinsecamente e considerata moralmente benigna?), non importa se “vita” è un termine ambiguo e impreciso, non importa se l’alternativa all’autodeterminazione è il paternalismo legale o peggio l’imposizione – ciò che importa è che lo slogan funzioni: giù le mani da te stesso e giù le mani dall’embrione (che per ora è ancora così tanto legato a te da essere difficilmente separabile).

Non so quanti dei partecipanti fossero pienamente consapevoli per quale fine stessero marciando e che cosa comporterebbe l’abolizione della legge 194 sull’interruzione volontaria della gravidanza – obiettivo politico e morale della Marcia.
Tra le incoerenze più ricorrenti – non solo oggi tra i marciatori ma tra i tanti fautori del “no alla 194” – c’è la convivenza tra la richiesta di abolire la 194, riportando così l’interruzione di gravidanza nel dominio dei reati, e il rifiuto di condannare le donne (per strategia?, per misericordia?). La convivenza cioè tra un reato e l’assenza di pena – caso unico nel panorama penale, per cui non basterebbe invocare le attenuanti. È la stessa comoda incoerenza che caratterizzava la lista di Giuliano Ferrara “Aborto? No, grazie”: l’aborto è omicidio, le donne però non sono punibili e non le puoi nemmeno chiamare assassine. E non si capisce come si possa commettere un reato e contemporaneamente non essere rei, a meno che non si pensi che il reo sia intrinsecamente non in grado di intendere e di volere ma qui la situazione si complicherebbe ulteriormente.
Qualcuno ha la tentazione di pensare che in fondo potrebbe andare peggio, ma accontentarsi di questa “eccezione” è pericoloso almeno quanto giocare sulla difensiva sui diritti riproduttivi, ritrovandosi a dover sempre invocare circostanze eccezionali e speciali per giustificare la richiesta di ricorrere alle tecniche riproduttive, di interrompere una gravidanza, di non proseguire un trattamento sanitario.
Non so se questa incoerenza è un sintomo di un’adesione formale o di una disattenzione più strutturale. Il risultato è uno spettacolo un po’ buffo, un po’ triste, un po’ manieristico. E dopo qualche ora di marcia sotto al sole e sotto ai cartelli “prolife”, la convinzione che non esista possibilità di discussione è talmente assoluta da risultare banale. Come lo è chiedere a un creazionista di discutere con un evoluzionista, conservando l’ingenua convinzione che tutto possa funzionare come un dibattito televisivo indigeno: tu sei a favore o sei contro?


venerdì 3 maggio 2013

Festa delle Famiglie 2013

Domenica 5 maggio si svolgerà a Ferrara, Genova, Milano, Napoli, Palermo, Perugia, Roma, Torino e Venezia la V edizione della Festa delle Famiglie, organizzata da Famiglie Arcobaleno, l’associazione dei genitori omosessuali, in partnership con altre associazioni.
Questo è il comunicato stampa di Famiglie Arcobaleno:

Sembra una favola. Una piccola associazione viene fondata nel 2005 da un pugno di genitori omosessuali. Otto anni dopo, la ritroviamo a organizzare insieme alle maggiori organizzazioni progressiste italiane un evento di portata mondiale.
Giunta alla sua V edizione, la Festa delle Famiglie si conferma come un’eccezionale occasione di aggregazione tra le realtà più diverse, unite nel condividere una visione aperta, rispettosa e progressiva della famiglia, dell’educazione, dell’ambiente, della società. In luoghi pubblici e accoglienti, dove tutti possono incontrarsi, chiacchierare, condividere ore liete.
L’appuntamento è domenica 5 maggio nei parchi e nelle piazze di nove città italiane: Ferrara, Genova, Milano, Napoli, Palermo, Perugia, Roma, Torino, Venezia. Un’occasione per giocare, costruire, dipingere; per godersi laboratori, concerti, spettacoli teatrali; per scoprire la natura e la biodiversità, apprendere la democrazia dei diritti, e soprattutto incontrare famiglie di ogni tipo e toccare con mano che si somigliano tutte. E che stanno bene insieme.
Già l’anno scorso la grande festa di Famiglie Arcobaleno, l’associazione dei genitori omosessuali, si era svolta in partnership con Legambiente (con il nome Tutti Uguali Tutti Diversi). Quest’anno l’alleanza si rinnova. La Festa sarà abbinata alla XX edizione di 100 Strade per Giocare, manifestazione che mira a rendere le nostre città più libere e sicure per ragazzi e bambini. Anche i bambini arcobaleno hanno un bisogno vitale di riappropriarsi di un Paese che ancora non li riconosce. Ci sono cento strade per giocare, e mille modi per amare.
Ma da quest’anno alla Festa delle Famiglie partecipano anche due nuovi amici. Amnesty International, la grande organizzazione per i diritti civili, è da tempo attenta ai nostri temi. Un esempio recente: il convegno “Io non discrimino. Orientamenti sessuali ed identità di genere nella scuola italiana”, tenuto a Palazzo Valentini (Roma) poche settimane fa. Il 5 maggio Amnesty sarà di nuovo al nostro fianco con materiali, iniziative, idee per i più giovani. E con noi ci sarà anche, con banchetti e letture, il Coordinamento Genitori Democratici, l’unica associazione laica italiana dei genitori che opera sul territorio nazionale da quasi quarant’anni, da quando cioè Gianni Rodari e Marisa Musu la fondarono. Perché tutte queste realtà sono interessate a diffondere una stessa cultura del rispetto e dell’uguaglianza.
Una cultura simile può nascere solo da uno sforzo congiunto a livello internazionale. Per la prima volta la Festa è inserita nelle celebrazioni dell’IFED, la Giornata Internazionale per l’Uguaglianza tra le Famiglie. Dunque il 5 maggio non si festeggerà solo nel Parco Rignon di Torino o nel Giardino Inglese di Palermo; ma anche disegnando gli elefanti nello Zoo di Monaco di Baviera, correndo tra le aiuole dell’Accademia Platonica a Atene, incontrandosi nella Cairn Christian Church di Boulder (Colorado), schizzandosi nei parchi acquatici della Florida, ridendo con i pagliacci a Helsinki, gustando la paella a Valencia, ballando la capoeira nei giardini Yehoshua di Tel Aviv...
Come a dire: se qualcosa può cambiare, lo cambieremo tutti noi. Insieme. In festa.
Per i dettagli degli eventi locali, si può consultare il sito di Famiglie Arcobaleno.

giovedì 21 marzo 2013

Atrofia muscolare (Sma)

Pubblichiamo integralmente una lettera aperta di 60 famiglie e pazienti affetti da atrofia muscolare (sma) che chiedono una corretta informazione sulla malattia e un maggiore rispetto per i pazienti stessi.
Le campagne mediatiche stravolgono i fatti e rendono ancora più difficili le nostre esistenze. Ecco alcune verità che i giornalisti non sanno (o non dicono).
Siamo genitori che vivono e lottano per i propri figli. Siamo ragazzi e ragazze che vivono la malattia sulla loro pelle, che costruiscono il loro futuro mattoncino su mattoncino, modificando il progetto in corsa con le novità che la malattia porta. Siamo madri e padri che hanno perso il loro figlio, il loro bene più profondo, la loro stella, un pezzo di cuore, di anima, di vita: il dolore più grande che un genitore possa affrontare.
Siamo la voce, flebile, che nessuno sta ascoltando. Noi viviamo con una malattia, la SMA (atrofia muscolare spinale), resa nota dai casi mediatici relativi alle cellule staminali con il metodo del dottor Vannoni. Non è nostro interesse o compito entrare nel merito del suddetto “metodo”, per questo c’è il ministro e c’è il mondo scientifico nazionale ed internazionale.
Continua qui.

mercoledì 20 marzo 2013

Comunicazione di servizio

Nelle prossime settimane si potranno verificare ritardi nell’approvazione dei commenti. Ce ne scusiamo con i lettori.

Di aborto e 194


 CulturaCattolica.it


La 27esima Ora

Ci sono molti post su Bioetica che parlano di aborto e di 194 e qui aggiungerò solo alcune brevi considerazioni. Da qualche giorno è uscito il mio nuovo libro A. (qui altre notizie al riguardo).
Nel frattempo i numeri della obiezione di coscienza continuano a salire e le soluzioni sembrano essere oppresse dallo stesso strato di silenzio e vergogna che opprime ogni conversazione sull’aborto.
Sulla 27esima Ora è stata pubblicata la recensione uscita sul Corriere lunedì scorso e come prevedibile alcuni dei commenti hanno ricalcato le regole della non discussione (due tra i più surreali li trovate qui). Nel frattempo Usciamo dal Silenzo ha preparato questo appello per l’applicazione della 194. Anche CulturaCattolica.it ha scritto di A. e l’inizio è la parte più bella. Cosa sia una regina as-soluta non l’ho ancora capito.

giovedì 7 marzo 2013

Poche idee, ma confuse


Lucia Bellaspiga fa outing e lo scambia per un argomento (Avvenire di oggi). Come non amarli?
E a proposito di argomenti cito ancora una volta Lesbian & Gay Parenting (APA).

mercoledì 6 marzo 2013

No, you’re not entitled to your opinion

“I’m sure you’ve heard the expression ‘everyone is entitled to their opinion.’ Perhaps you’ve even said it yourself, maybe to head off an argument or bring one to a close. Well, as soon as you walk into this room, it’s no longer true. You are not entitled to your opinion. You are only entitled to what you can argue for.”

A bit harsh? Perhaps, but philosophy teachers owe it to our students to teach them how to construct and defend an argument – and to recognize when a belief has become indefensible. The problem with “I’m entitled to my opinion” is that, all too often, it’s used to shelter beliefs that should have been abandoned. It becomes shorthand for “I can say or think whatever I like” – and by extension, continuing to argue is somehow disrespectful. And this attitude feeds, I suggest, into the false equivalence between experts and non-experts that is an increasingly pernicious feature of our public discourse.

Firstly, what’s an opinion?
Patrick Stokes, No, you’re not entitled to your opinion, 5 October 2012.

martedì 5 marzo 2013

A. La verità, vi prego, sull’aborto


A. La verità, vi prego, sull’aborto, Fandango, esce il prossimo 8 marzo.
Sarà presentato a Roma il 13 marzo alle ore 18,30, Fandango Incontro con Antonio Pascale.

sabato 2 marzo 2013

Università. Distruggere le aule


Cosa e come insegnare? Prima i filosofi e poi i pedagogisti hanno tentato di rispondere esaustivamente, con tutte le loro possibili declinazioni: si insegna in modo diverso a seconda delle età? È importante il luogo? Ci sono discipline migliori di altre? Socrate, Platone, Kant, Rousseau sono tra quelli che si sono cimentati teoricamente e a volte praticamente nell’insegnamento. Ad alcuni di loro sono legati ricordi indelebili: la maieutica socratica, per esempio, o l’Émile ou de l’éducation di Rousseau (1762). Tra i nomi della pedagogia moderna potremmo citare Durkheim, Emerson, Montessori, Dewey. Per quanto ci riguarda, siamo perlopiù abituati a collegare l’insegnamento alle ore e ore di prigionia scolastica in un contesto abbastanza astratto e avulso dal resto - nonché collocato nella prima parte della giornata secondo i precetti vittoriani. Ovviamente non è detto che questo sia il metodo migliore, è solo quello che ci è familiare.
[...]
Colin Ward, scrittore e anarchico britannico morto 3 anni fa, proponeva proprio l’eliminazione della scuola come la intendiamo: aule, orari fissi, muri. Nel 1987 in una conferenza al Massachussets Institute Of Technology (MIT) disse: “Nel diciannovesimo secolo Lev Tolstoj aveva deciso di fondare una scuola nel proprio villaggio e per questo visitò istituti in Germania, in Francia e in Inghilterra, arrivando a questa conclusione: ‘L’educazione è un tentativo di controllare ciò che è spontaneo nella cultura: è cultura sotto costrizione.’ A Marsiglia era stato in ogni scuola e aveva parlato con gli allievi e i genitori. Trovò spaventosi gli edifici scolastici: simili a prigioni, dove i bambini apprendevano meccanicamente solo quello che c’era scritto nei loro libri, senza essere capaci di aggiungere niente di più.” Ward conclude che se Tolstoj si fosse limitato a osservare questi reclusi avrebbe descritto la popolazione francese come rozza, ipocrita e ignorante. Ma poiché la strada e la storia dimostravano il contrario, dedusse che “la vera educazione veniva dall’ambiente”.
[...]
Da qualche tempo le domande pedagogiche possono essere riformulate in un campo giovane, quello dell’insegnamento online. Non è forse questo il modo in cui Ward immaginava di distruggere le aule e il muro dei Pink Floyd non è certo solo quello fatto di mattoni, ma potremmo vederla in parte anche così. Questo tipo di insegnamento mantiene alcuni degli interrogativi classici e ne aggiunge di nuovi, soprattutto rispetto alla metodologia e all’efficacia didattica. Per saperne di più mi sono iscritta a Coursera, iniziativa nata da una partnership tra molte università prestigiose - tra cui le statunitensi Columbia, Stanford, Princeton, Duke e John Hopkins - con l’intento di offrire corsi di alta qualità gratuitamente e online. Basta registrarsi su Coursera.org e poi scegliere cosa frequentare. Le categorie sono venti e si va dalla biologia alla medicina, dalla matematica alle arti e alle scienze sociali. In pratica, funziona così: ogni settimana una mail ti avvisa della messa online delle lezioni, disponibili da quel momento in avanti. Se sei un disastro totale nel gestire il tuo tempo potrebbe essere faticoso o impossibile evitare di accumularle tutte entro la scadenza prevista per l’esame. Dal tuo computer segui le lezioni - se non hai capito bene qualcosa perché il tuo inglese è mediocre c’è anche una sezione con i testi - e poi fai degli esercizi. Si tratta di test a risposta chiusa multipla che puoi ripetere finché vuoi, finché non le azzecchi tutte o il numero di quelle esatte ti sembra soddisfacente. La valutazione finale è affidata invece a dei quiz con trenta domande e un solo tentativo a disposizione.

Il Mucchio Selvaggio di marzo 2013.